Cronache

Quella volta che… perché le donne non hanno trovato il coraggio di parlarne prima?

Risponde la Psicologa Daniela Labattaglia

Dallo scandalo emerso negli ultimi giorni dopo le dichiarazioni di alcune attrici di Hollywood contro il produttore Weinstein accusato di molestie nei loro confronti, è nata sul web la campagna “quella volta che” grazie a cui numerose donne, vittime in passato di molestie e/o di stupri, hanno deciso di raccontare la propria storia per dare voce al proprio dolore. Prestando attenzione alle loro storie e ai relativi commenti dei lettori in risposta al loro racconto, si leggono spesso frasi come “perché vi ricordate solo ora di raccontarlo?” “Perché non ne avete parlato prima?” 

Già, perché una donna molestata o stuprata non riesce a parlarne subito? Cosa scatta nella sua mente quando ha subìto un abuso di tipo sessuale? A quali meccanismi ricorre per mettere distanza tra la sua mente e l’orrore subìto?

In questo breve articolo, le possibili spiegazioni del perché queste donne non hanno trovato il coraggio di parlarne prima.

L’esser stata vittima di molestie e/o abusi sessuali scatena una situazione di crisi che comporta una disorganizzazione del proprio assetto esistenziale. I sentimenti che seguono sono quelli di rabbia per ciò che è successo, di ansia per quello che potrebbe succedere, e di timore che nel raccontare ciò che è successo si corra il rischio di non essere capiti e, soprattutto, di non essere creduti. Si sperimenta la sensazione di aver perso il controllo della propria vita, ci si sente violati non soltanto nel corpo ma anche nell’anima e ci si sente, soprattutto, privati di un diritto fondamentale: il diritto di essere donna.

Questa percezione di fallimento avvia un processo di disistima che implica una complessa deformazione delle percezioni e dell’immagine di sé e del mondo esterno. La donna oggetto di avances e rapporti sessuali imposti si sente contaminata, sporca, umiliata e  prova vergogna per essere stata oggetto di desideri sessuali che non è riuscita ad evitare e a fermare.

Il vissuto di impotenza, la solitudine e la vergogna creano una condizione emotiva di estrema vulnerabilità e di confusione che porta la donna ad un’attribuzione di responsabilità verso se stessa.

Viene creata nella propria mente la convinzione che la colpa non è dell’uomo che ha, in maniera perversa, approfittato di lei ma la colpa è la sua. Lei che magari ha fatto capire la sua disponibilità con delle parole o degli sguardi, lei che è rimasta passiva, lei che non è stata abbastanza attenta ad evitare che un uomo si avvicinasse in quel modo, lei che è diventata l’artefice e poi complice di una situazione a cui non doveva partecipare.

La donna, quindi,  in questo modo tende a giustificare ciò che ha subìto, assumendosi totalmente la responsabilità di quanto accaduto. Questa colpa attribuita a se stessa, inoltre, viene accresciuta anche dalla destrezza dell’uomo che, con verbalizzazioni del tipo “sei stata tu ad istigarmi”- “pensavo che ti piacesse”- “tu hai voluto continuare, se non ti piaceva potevi fermarmi” -rafforza  ancor di più la colpevolezza di cui la vittima si è, ingiustamente, convinta.Questo fa precipitare la donna in un ulteriore stato di impotenza, poiché ciò di cui è stata vittima non solo è stato da lei stessa causato, ma è stato anche permesso e non fermato.

Inoltre, l’attribuzione di colpa serve anche alla donna per trovare un senso a ciò che successo e per accettare in qualche modo la realtà di quello che le è stato fatto. Per avere una temporanea risposta alla domanda “perché proprio io?”, la donna rafforza l’attribuzione di colpa e la percezione di essere cattiva, indegna e, pertanto, meritevole di tale trattamento. Ma nonostante l’illusoria soluzione, questa sarà una delle domande che accompagnerà la sua intera esistenza e a cui cercherà di trovare una risposta per tutta la vita.

Le incessanti sensazioni e i pensieri legati a ciò che è stato subìto, costringono la donna a  “trovare rifugio nella fuga mentale per non morire sotto il peso dell’orrore e delle conseguenze”, ossia a  mettere qualcosa tra la sua mente e ciò che di orribile ha subìto: ricorrere ai meccanismi di difesa.

Ciò che viene messo in atto, in un primo momento, è la NEGAZIONE, tramite cui si tenta, appunto, di negare l’accaduto. Nella mente scatta il pensiero del “non può essere successo proprio a me”, al fine di allontanare da sé il sentimento di impotenza e di vergogna.

Quando il groviglio di sofferenza, però, diventa insopportabile ed assume una connotazione di disturbo per il proseguo della propria esistenza, viene messo in atto il meccanismo della RIMOZIONE, ossia si relega nell’inconscio, e quindi nell’area della vita mentale che non può essere resa consapevole, l’esperienza subita in tutta la sua interezza compresi gli affetti che vi sono associati. In questo modo, si tende ad escludere e a tener lontano l’esperienza dalla propria coscienza.Mentre nella rimozione, l’esperienza viene “abbandonata” poiché non diventa accessibile al soggetto stesso, nella DISSOCIAZIONE, altro meccanismo a cui si ricorre, l’esperienza viene “trasferita” e “congelata” in aree mentali separate che non sono direttamente accessibili alla coscienza ma che restano comunque in superficie. Tale meccanismo permette di allontanarsi, almeno mentalmente, da ciò che si sta subendo e di compiere una separazione tra un Io che osserva dall’esterno l’esperienza e un Io che la sta vivendo.

La dissociazione porta ad esserci solo fisicamente nell’atto dell’abuso, lasciando che il corpo diventi uno strumento di piacere, mentre la mente e le emozioni sono del tutto anestetizzate o da un’altra parte.

Da quanto è emerso, dunque, molestie e abusi sessuali che vengono imposti hanno effetti così profondi che si influenzano e si rinforzano reciprocamente in una spirale sempre più distruttiva per la persona e che rendono fallimentare ogni tentativo di fronteggiare la situazione.

“Sulle ferite aperte aspettavamo impotenti gli attacchi dei nemici, forse per l’ultima volta. Giochi di potere sulla nostra pelle. Chi pagherà per questo? Chi ne porterà il segno?’  -L’eco delle sirene- Carmen Consoli

Riferimenti bibliografici

– Burgess A.W., Holmstrom L.L. (1974). Rape trauma syndrome, American Journal of Psychiatry, 131, 981-985.

– Malacrea M. (1998). Trauma e riparazione, Raffaello Cortina Editore, Azzate (Varese).

Dott.ssa Daniela Labattaglia – Psicologa

https://dottoressalabattagliadaniela.wordpress.com/

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