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Riscoperta jazz: a maggio il box in vinile di Ornette Coleman

 – di Michela Castelluccio

Non si può, non si deve perdere il box dei 10 Lp di Ornette Coleman, intitolato “Ornette Coleman: The Atlantic Years” e prossimo all’uscita (atteso per l’11 maggio). Affrontando l’argomento, sarebbe opportuno fare riferimento a quella risposta data, nel giugno 1997, dal leggendario sassofonista – scomparso nel 2015 – al filosofo francese Jacques Derrida, che lo intervistava in occasione di una trasferta a Parigi per concerti. Disse Coleman: “Essere un innovatore per me non significa essere più intelligente o più ricco. Non è una parola, è un’azione”. Da ciò era motivato a fine anni Cinquanta, avendo realizzato già due album i cui titoli anticipavano lo spirito avventuroso che li pervadeva: Something Else!!! e Tomorrow Is The Question!. Nel giro dell’hard bop, allora in voga, Ornette aveva reputazione da scapestrato, allergico com’era a qualsiasi genere di canone. Poco dopo formulò così una nuova teoria, volendo riassumere l’entità rivoluzionaria di quel che faceva: chiamò harmolodics il suo metodo refrattario alle limitazioni tonali, ritmiche e armoniche, in nome della libertà espressiva. Soprattutto mise in pratica il concetto, una volta ingaggiato dall’etichetta discografica fondata da Ahmet Ertegün: nell’arco di un paio di anni, dal ‘59 al ‘61, registrò materiale trasformato da Atlantic in sei long playing. I primi due sono formidabili per davvero: presero forma in California, quando Ornette era 29enne, insieme al trombettista Don Cherry, il contrabbassista Charlie Haden e il batterista Billy Higgins. Il quartetto, per via dell’assenza di pianoforte e chitarra, si presentava inconsueto. Ne uscì quello che può considerarsi “lo spartiacque della storia del jazz”, ossia The Shape Of Jazz To Come, nel senso che fu divisiva rispetto alle eminenze della statura di Davis e Mingus. Con la stessa formazione, il successivo Change Of The Century – secondo Lou Reed miglior album di sempre – ribadì la divergenza netta, sostanziale dai predecessori. Mentre il terzo della serie, This Is Our Music – impercettibilmente il meno riuscito – segnalò alcune novità: il trasferimento da Los Angeles a New York e l’arruolamento di Ed Blackwell alla batteria. Come definire però la “nuova musica”? Presto fatto: free jazz. Sinonimo dell’improvvisazione collettiva ottenuta mettendo a confronto due quartetti, uno per ciascun canale dello stereo (oltre ai musicisti citati, Eric Dolphy, Freddie Hubbard e Scott LaFaro). Il risultato fu un monolite leggendario, illustrato in copertina dall’opera di Jackson Pollock, White Light. I capitoli rimanenti, Ornette!, con LaFaro al posto di Haden e Ornette On Tenor, nel quale al contrabbasso figura Himmy Garrison, destinato alla band di Coltrane – non furono altrettanto folgoranti, ma completarono l’esplorazione. E dagli scampoli di lavorazione vennero ricavati in seguito altri tre dischi: The Art Of Improvisers (1970), Twins (1971) e To Whom Who Keeps A Record (1975). Il totale dà nove, cui viene aggiunto ora in questo monumentale cofanetto a base di vinile, potenziato da un volumetto con foto di Lee Fiedlander e testo di Ben RatliffThe Ornette Coleman Legacy, dove compaiono i sei inediti affiorati inizialmente – 25 anni fa – nella raccolta di sei CD Beauty Is A Rare Thing.

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