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La vitamina D riduce del 60% le morti per Covid: lo conferma un nuovo studio spagnolo


Il trattamento con calcifediolo, il principale metabolita della vitamina D3, ha ridotto significativamente il rischio di ricovero in terapia intensiva e la mortalità nei pazienti ospedalizzati con Covid-19. Lo indicano i risultati di un nuovo studio condotto da un team di ricerca spagnolo su un totale 930 pazienti ricoverati nelle unità Covid dell’Hospital del Mar di Barcellona tra il 1° marzo e il 31 maggio 2020. Di questi, 551 pazienti sono stati trattati con calcifediolo, somministrato per via orale al momento del ricovero in ospedale (due capsule da 266 ug il primo giorno e dosi successive di una capsula da 266 ug al giorno 3, 7, 15 e 30) mentre i restanti 379 pazienti non hanno ricevuto il trattamento.

La vitamina D contro l’infezione da coronavirus
L’indagine, volta a chiarire l’efficacia del trattamento nel ridurre la gravità della malattia, ha indicato che su 551 pazienti trattati, in 30 (5,4%) hanno richiesto assistenza in terapia intensiva rispetto ad 80 (21,1%) su 379 pazienti non trattati. L’analisi statistica ha inoltre rivelato differenze significative in termini di mortalità, con 36 pazienti (6,5%) deceduti su 551 trattati con calcifediolo rispetto a 57 pazienti (15%) su 379 non trattati. Un dato che, corretto per livelli di vitamina D, età, sesso e comorbidità, ha mostrato che il trattamento ha ridotto la mortalità di oltre il 60%.

Complessivamente, spiegano gli autori dello studio, “abbiamo osservato che nei pazienti Covid ospedalizzati, il trattamento con calciferolo ha ridotto la necessità di terapia intensiva di oltre l’80%. È importante anche sottolineare – aggiungono gli studiosi – che la somministrazione precoce, prima dello sviluppo dell’insufficienza respiratoria acuta (ARDS) è determinante nella riduzione della mortalità e che l’inizio del trattamento dopo il ricovero in terapia intensiva non ha modificato la sopravvivenza dei pazienti”.

I dati, disponibili su Preprint with The Lancet, confermano inoltre che l’età e l’obesità sono fattori di rischio aggiuntivi. Le due condizioni “sono associate alla gravità di Covid e a scarsi risultati in più studi – indicano i ricercatori – e allo stesso tempo sono fattori di rischio ben stabiliti per la carenza di vitamina D”.

Pertanto, concludono gli studiosi, i risultati di questa ricerca “indicano la rilevanza di una determinazione adeguata della vitamina D il prima possibile nel contesto dell’infezione da coronavirus Sars-Cov-2. Questo è particolarmente importante poiché la carenza è frequente ma facilmente correggibile, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire gli effetti dei livelli circolanti di vitamina D e D3 sulla gravità della malattia in persone con diversi stati di vitamina D al basale”.

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