Coronavirus a Moliterno, i cittadini commentano: “troppo pochi i tamponi”

Moliterno è un bel paese della Val d’Agri, in Basilicata, situato ad 850 metri sul livello del mare, incluso tra “i Borghi autentici d‘Italia”, il suo centro antico, con impianto medievale, è puntellato da case che sorgono tutt’intorno all’imponente castello normanno (IX-XI sec.), famoso per essere stata definita “zona climatica” e per essere la patria di stagionatori di formaggi, dove viene prodotto il Canestrato di Moliterno IGP. Recentemente è balzata alle cronache regionali e nazionali per essere stata definita la “Codogno lucana” in seguito all’ordinanza del presidente della regione, Vito Bardi, che dal 17 marzo ha dichiarato il comune valligiano “zona rossa”. Per la cronaca, il Comune di Codogno, una cittadina del lodigiano di circa 15 mila abitanti, è ormai tristemente famoso in tutto il mondo, dopo aver fatto registrare il primo ricoverato da coronavirus riconosciuto in Italia, quando, il 21 febbraio, un cittadino di 38 anni riscontrò problemi respiratori.

Il paziente, la moglie incinta e un amico risultarono positivi. Altri tre casi furono confermati lo stesso giorno dopo che i pazienti avevano riportato sintomi di polmonite. Nel giro di pochi giorni furono confermati 16 casi aumentati a 60 il giorno successivo con i primi decessi segnalati negli stessi giorni. A Moliterno, invece, tutto inizia, tre settimane dopo, esattamente il 15 marzo, quando un’insegnante di 57 anni, moglie di un medico pneumologo in servizio all’ospedale di Villa d’Agri avrebbe accusato un dolore ad una spalla che ha insospettito il marito. Di qui i controlli che evidenziarono la presenza di una brutta polmonite e il trasporto con un’ambulanza del 118 al San Carlo di Potenza, dove fu ricoverata nel reparto di malattie infettive e sottoposta a tampone risultato positivo. Dopo questo caso, si eseguirono le verifiche ed i controlli approfonditi su “tutte” le persone che erano state eventualmente in contatto o nelle vicinanze della signora. Il 17 marzo, con circa 20 casi accertati in Basilicata, gran parte cittadini della Val d’Agri, scatta la “zona rossa” per Moliterno e la chiusura dell’ospedale di Villa d’Agri per consentire le operazioni di sanificazione a seguito di un contagio avvenuto all’interno della struttura.

I 25 pazienti del nosocomio valligiano, allora ricoverati, furono trasferiti in parte all’ospedale San Carlo di Potenza e in parte all’ospedale di Lagonegro tranne un paio dichiarati non trasferibili. L’ospedale è rimasto chiuso per le due settimane successive fino a quando si è deciso di riaprire una parte delle Unità operative. Attualmente sono ancora diversi i “reparti” fermi ai “box”. Tra il personale sanitario, nei giorni successivi, risultarono positivi al coronavirus: 5 medici di vari “reparti” e alcuni infermieri ed operatori sanitari. Il 22 marzo si è registrato il primo deceduto in Basilicata, un cittadino 77enne di Villa d’Agri. Quest’ultimo, secondo testimonianze della famiglia, non aveva avuto contatto con gli altri rilevati positivi della valle. Dopo di questo si sono registrati altri deceduti in valle: un 53enne e una 86enne di Paterno, un 71enne di Montemurro, una 80enne di Spinoso ed una 62enne di Moliterno.

Alla luce di questo, la certezza che sia un solo focolaio è da escludere, probabilmente è da considerarne più di uno. A tal riguardo, bisogna essere molto più attenti e non lasciarsi andare a commenti ed osservazioni inutili e soprattutto bisognerebbe effettuare più tamponi per individuare ed isolare i contagiati. A Moliterno, la comprensione è tanta, ma la rabbia monta soprattutto perché ad oggi, in totale, sono circa una quarantina i tamponi effettuati in una comunità di circa quattromila abitanti. Secondo un’autorevole voce moliternese, questo modus operandi non porterebbe a nessun risultato: “…a mio avviso, siamo in deficit epidemiologico, ed effettivamente se continuiamo a fare tamponi come si è proceduto fino ad oggi non ce ne usciremo facilmente. Circoscrivere un focolaio di malattia infettiva, significa acquisire analiticamente, tutte le notizie inerenti la persona colpita dall’infezione: rapporti famigliari, contatti extra famigliari, figli, bambini, amici, chiunque abbia potuto avere rapporti con il “soggetto”, almeno negli ultimi 15 gg. (Covid-19 ha un periodo massimo d’incubazione di 15 gg.). Risalire con certezza all’origine dell’infezione, quindi analizzare eventuali spostamenti di ciascun componente, in paese, in Regione ed eventualmente fuori Regione. Quindi sottoporre ad accertamenti diagnostici tutti, ed immediatamente, i probabili coinvolti. Non mi pare che si sia proceduto così, visto che si sono fatti i tamponi ad intermittenza nell’ambito dello stesso nucleo famigliare, e addirittura qualcuno di questi ha dovuto implorare il tampone, che è stato poi eseguito dopo 15 gg. dall’insorgenza del focolaio. L’epidemiologia si occupa delle modalità d’insorgenza, di diffusione e di frequenza delle malattie in rapporto alle condizioni dell’organismo, dell’ambiente e della popolazione…..questa è l’epidemiologia branca dell’Igiene.

Siamo a poco meno di un mese dall’insorgenza del focolaio in Moliterno, e oltre all’aver istituito e prolungato la zona rossa, non mi sembra si sia fatto sostanzialmente altro. Chi poteva e doveva prendere qualche iniziativa non è andato oltre i proclami, le foto ricordo sui social, le lettere tranquillizzanti, e si è ottenuto solo una vaga promessa di prendere in considerazione la eventualità di sottoporre a tamponi tutta la popolazione residente.” Secondo la regione i tamponi ci sono ed il numero degli stessi è aumentato anche perché sono entrate in funzione altre unità operative (ultima quella di Venosa che da domani farà 60 tamponi al giorno) ma il problema è come accedere all’esame stesso. Un altro cittadino venuto a contatto con un positivo, ma attualmente non presenta sintomi, dichiara: “Per noi non è facile richiedere direttamente di fare un tampone, è un problema di accesso alla diagnostica. Non parliamo dei tempi delle letture dei tamponi molto lunghe.” Si parla di circa 200 ore, il tempo richiesto dal prelievo fino all’esito.

Un’infermiera di Tramutola, in servizio presso l’ospedale di Villa d’Agri, venuta in contatto con una paziente 86enne di Paterno, risultata poi positiva, pur presentando sintomatologia sospetta, dopo sedici giorni di forsennata richiesta di un tampone, viene sottoposta a regolare tampone che viene processato dopo una settimana. Il tampone, per fortuna, è risultato negativo. Ma ci sono anche pazienti che hanno fatto il tampone e solo dieci giorni dopo hanno ricevuto il risultato positivo o persone che hanno chiesto invano un tampone per giorni fino ad arrivare troppo tardi a perdere la vita. Tra tutti, Antonio e Palmiro di Potenza. Senza pensare che ci sia malizia dietro, probabilmente il sistema ha qualcosa per cui si inceppa. Si può essere d’accordo sul fatto che la situazione in Basilicata stia migliorando (siamo passati da qualche decina di tamponi a circa 300 al giorno), ma questo non vuol dire che è tutto a posto. La notizia di oggi è che non ci sono nuovi casi positivi in Basilicata, ma il rischio d’infezione c’è ancora.

Terenzio Bove

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