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Congedo di paternità: ennesima discriminazione dei dipendenti del Pubblico Impiego


Il Coordinamento Pari Opportunità e Politiche di Genere UIL segnala che la norma sul congedo obbligatorio e sul congedo facoltativo, alternativo al congedo di maternità della madre, fruibili dal padre lavoratore dipendente anche adottivo e affidatario, non è ancora estesa ai padri lavoratori dipendenti da amministrazioni pubbliche. Così come chiarito dal Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’applicazione è rimandata ad una norma di approvazione del Ministro per la Pubblica Amministrazione che individui e definisca gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina. Norma che ancora non è stata approvata.

 I lavoratori del pubblico impiego sono ancora una volta soggetti a trattamenti discriminatori ed è quindi necessario che le istituzioni interessate procedano alla  promulgazione, in tempi brevi, della norma che permetta l’estensione dell’istituto a tutti i lavoratori che sono diventati padri nell’anno solare 2017 al fine di un equo trattamento tra dipendenti pubblici e privati.

Da tempo le donne della UIL sostengono che l’equilibrio tra vita lavorativa e attività familiari è soggetto ad una piena condivisione dei compiti di cura da parte di ambedue i coniugi. L’evento maternità, infatti, rappresenta la sintesi più alta di una famiglia e deve essere compartito, come logico,  tra madri e padri e, come conseguenza sociale, attiene dall’intera società. La mancanza di lavoro per le donne è la prima rinuncia ad ogni progetto di natalità e, contestualmente, siamo il Paese più vecchio d’Europa con oltre il 21% di persone over 65.

 A favore delle donne italiane abbiamo una delle migliori leggi sulla maternità e i congedi per la cura della prole  – sulla carta – hanno contribuito ad una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ma nel 2016 è successo che 27.443 le lavoratrici madri (rispetto alle 25.620 dell’anno precedente) si sono dimesse dal posto di lavoro, con una percentuale del 79%. I dati concernenti il numero dei figli e le motivazioni del recesso attestano la persistenza di una difficoltà di conciliazione tra vita familiare e lavorativa. Risulta confermato, infatti, il trend già evidenziato lo scorso anno, in base al quale la gran parte dei lavoratori/delle lavoratrici interessati/e dalle convalide hanno prevalentemente un solo figlio, ovvero sono in attesa del primo figlio, rappresentando circa il 60% del totale.

 Questi dati mostrano il perdurare dei fenomeni discriminatori che penalizzano fortemente le donne, nonostante in ogni sede ed in ogni luogo si ribadisca il concetto che il benessere delle donne coincide con quello del Paese. I dati confermano anche che fare figli in Italia è diventata una questione privata e che troppo spesso per le lavoratrici la maternità diventa non solo un ostacolo al rientro al lavoro ma anche al percorso di crescita professionale, mediante il demansionamento e l’isolamento fino a provocarne le dimissioni, determinando così condizioni di discriminazione e di povertà per le donne, oltreché per le famiglie monoreddito con prole e di conseguenza per i minori. La recente relazione del Ministero del Lavoro è infine l’ennesima conferma che le politiche di conciliazione e di pari opportunità, così come pensate ed attuate oggi, non sono in grado di garantire un reale sostegno alle donne ed al tempo stesso all’economia del Paese.

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