Rocco Anthony Petrone nacque il 31 marzo 1926 ad Amsterdam, nello Stato di New York. Era il secondogenito dopo il fratello John. I suoi genitori, Antonio Petrone e Teresa Petrone, erano contadini originari di Sasso di Castalda, in provincia di Potenza, emigrati negli Stati Uniti subito dopo la Prima Guerra Mondiale. Vissero in una casetta all’incrocio fra Church Street e East Main Street ad Amsterdam, strada che anni dopo sarebbe diventata Petrone Street in suo onore. Lo chiamarono Rocco in onore di San Rocco, patrono di Sasso di Castalda, e Anthony come il padre.
La famiglia viveva con dignità del lavoro. Antonio lavorava nel cantiere ferroviario, Teresa si occupava della casa e dei figli.
L’american dream di Antonio si infranse subito. Morì in un incidente fatale al cantiere ferroviario dove aveva trovato lavoro. Teresa aveva 27 anni. Rocco sei mesi. La madre Theresa, rimasta vedova giovanissima, non si sposò mai più. Rimase sola a crescere i figli con amore e sacrificio, trovando lavoro come operaia in una fabbrica di guanti ad Amsterdam. Fu in quella povertà operosa che Rocco imparò il valore del sacrificio.
Studente modello di mattina, il pomeriggio vendeva ghiaccio per raggranellare qualche dollaro. Nel 1943 si diplomò fra i migliori della Wilbur Lynch High School di Amsterdam. A scuola si fece fama per la memoria prodigiosa, che gli permetteva di citare testi letti una volta sola, e per l’abilità nei calcoli, con moltiplicazioni e divisioni fino a quattro cifre fatte a mente.
Sebbene fosse di carattere antimilitarista, per proseguire gli studi si iscrisse a West Point, descritta come la fabbrica delle migliori intelligenze dell’esercito americano, dove in quegli anni studiavano anche Buzz Aldrin e Michael Collins. Si laureò ufficiale nell’autunno del 1946. A West Point giocò come tackle nella squadra di football campione nazionale, con compagni come Doc Blanchard e Glenn Davis, vincitori dell’Heisman Trophy.
Per tre anni fu inviato in Germania per l’assistenza ai profughi di ritorno, e in quel periodo andò a Sasso di Castalda a conoscere la nonna.
Tornato negli Stati Uniti si iscrisse al Massachusetts Institute of Technology, dove conseguì laurea in ingegneria meccanica e sviluppò la passione per razzi e missili balistici.
Nel settembre 1952 entrò al Redstone Arsenal in Alabama, dove Wernher von Braun stava realizzando il razzo Redstone. Il primo incontro fra i due non andò bene. Erano entrambi schivi e di poche parole. A von Braun il cognome italiano del nuovo arrivato non prometteva bene. Petrone, forgiato dal rigore etico di West Point, non poteva ammirare un uomo con un passato nebuloso. Nonostante questo, a Petrone furono affidate la progettazione e la realizzazione delle rampe di lancio. Quando il 20 agosto 1953 un Redstone volò per la prima volta, lui era già responsabile di tutte le operazioni di controllo e lancio. Come scrisse Renato Cantore nella biografia “Dalla Terra alla Luna”, l’ingegnere figlio di immigrati stava diventando un ingranaggio insostituibile nel sistema che per i successivi 20 anni avrebbe rappresentato l’asse portante della sfida tecnologica americana.
Il primo giugno 1956 fu chiamato al Pentagono come vicecapo dello staff per la logistica, per lo schieramento dei dodici principali sistemi missilistici americani. Dopo lo Sputnik e il volo di Jurij Gagarin, e dopo il fallimento del Vanguard, von Braun chiese il suo rientro con una frase rimasta famosa: ridatemi Rocco Petrone. Tornò a Cape Canaveral per restarci a lungo.
Gli furono affidate la progettazione e la realizzazione delle rampe per tutto il programma spaziale. Per cinque anni lavorò notte e giorno, come una tigre, per realizzare il moonport. Fu lui a decidere la costruzione del Complex 39 a Merritt Island, di fronte a Cape Canaveral, su un’area di 54mila ettari acquistata per 72 milioni di dollari. Fu lui a decidere che il Saturn V, alto 110 metri e di quasi 2800 tonnellate, venisse assemblato in verticale, e a stabilire la costruzione del Vertical Assembly Building, grande quanto il Pentagono. Fu lui a istruire il presidente John Fitzgerald Kennedy sulle specifiche del Saturn durante l’ultima visita di Kennedy a Cape Canaveral il 16 novembre 1963, sei giorni prima che venisse ucciso a Dallas.
Nel 1964 diventò direttore di piani, programmi e risorse del Kennedy Space Center appena ultimato. Da quel periodo nacquero le famose check list, gli elenchi di verifiche scritte da lui, che ognuno doveva ripetere migliaia di volte prima di firmare il proprio ok.
Dal 1966 al 1969 fu Direttore delle Operazioni di Lancio al Kennedy Space Center. Supervisionò tutti i lanci del programma Apollo, dall’Apollo 4 all’Apollo 11. Dal 1969 al 1973 fu Direttore dell’intero Programma Apollo a Washington.
Dal 1973 al 1974 fu Direttore del Marshall Space Flight Center di Huntsville. Fino al 1975 fu Amministratore Associato della NASA, la terza carica dell’agenzia, e poi si ritirò.
Era conosciuto come “la tigre di Cape Canaveral” e anche come “il computer con l’anima”, per il carattere severo, la disciplina ferrea, la preparazione tecnica e la passione assoluta per la perfezione. Pretendeva che ogni dettaglio fosse verificato e controllato, perché sapeva che un solo errore poteva costare vite umane. All’operaio incaricato di posare le 40 tonnellate del secondo stadio del Saturn sul primo, consigliò di allenarsi stringendo con la gru un uovo fresco senza romperlo. Chi non era in grado di rispondere alle domande tecniche veniva sollevato di peso. Anche il crawler, il mezzo cingolato progettato per trasportare il Saturn alla rampa di lancio, fu un’altra sua idea.
Quarantatré anni, ingegnere meccanico, un metro e novanta per 100 chili, la notte prima del 16 luglio 1969 non aveva quasi dormito. Guardava quello spicchio di Luna crescente nel cielo, consapevole che dove sono nati i suoi genitori, in Basilicata, la Luna crescente è d’auspicio per le grandi imprese. Quando Petrone, accanto a von Braun, diede il Go, lo fece quasi sottovoce. Erano le 9:32 del 16 luglio. Il lancio dell’Apollo 11 aveva rispettato il programma al centesimo di secondo.
Si sposò il 22 gennaio 1955 con Ruth Holley. Dal matrimonio nacquero quattro figli. Era un uomo di fede cattolica, di grande umanità nonostante la fama di uomo duro.
Dopo la NASA lavorò nel settore industriale e nella consulenza aerospaziale. Non dimenticò mai le sue origini lucane. Ripeteva con orgoglio di essere lucano di Sasso di Castalda.
Morì il 24 agosto 2006 nella sua casa a Palos Verdes Estates, in California, all’età di 80 anni, dove si era ritirato per dedicarsi ai suoi amati studi di storia americana.
Il suo paese d’origine, Sasso di Castalda, lo celebra ancora oggi come suo figlio più illustre. Nel centenario della nascita, l’Italia gli ha dedicato un francobollo commemorativo.
La sua vita è la dimostrazione che da un piccolo borgo della Basilicata si può arrivare fino alla Luna.

Nicoletta Montesano – Giornalista reporter internazionale




