Morire soli in tempo di Coronavirus. Io resto a casa!

Quasi tutto il tempo libero lo passo al computer a leggere cose su internet e queste cose che leggo, righe su righe, paragrafi su paragrafi, a un certo punto per me diventano tutte la stessa parola scritta tante volte di seguito: Morte, Morte, Morte. D’un tratto la morte sembra che si è impossessata anche dei telegiornali ed ha invaso i social network. Tutti ad aspettare quel bollettino delle 18 della Protezione civile, sperando che il numero dei contagiati e dei morti diminuisce: è diventato il nostro rito collettivo, un contatto comune con la morte.

In questi maledetti giorni sempre più spesso negli ospedali italiani si muore soli, con o senza coronavirus, a causa delle stringenti regole giustamente imposte dal Governo per contenere la diffusione del Covid-19. E per legge, almeno fino al 3 aprile, si viene sepolti quasi da soli: i funerali sono vietati, è concessa solo una breve benedizione o un saluto laico, poche persone direttamente al cimitero.

L’aria che manca e nemmeno la mano di un figlio, una moglie, un fratello da stringere. Va così, nel tempo del coronavirus. Nei reparti ospedalieri degli infetti o dei presunti tali che non hanno ancora l’esito del tampone, non si può entrare. E davanti a quelle porte sbarrate ogni giorno c’è più dolore, più sensi di colpa, più preghiere. Ci sono anche persone il cui fine vita, per età o accidente, ha incrociato la Grande Storia di questo maledetto virus.

Non è difficile immaginare lo sgomento di chi ha un familiare ricoverato in gravi condizioni, non importa che abbia o meno superato gli ottant’anni. Basta che ciascuno di noi immagini di ritrovarsi nella stessa situazione, e magari restare per giorni a pancia in giù intubati…

Sono drammatiche le testimonianze di medici ospedalieri in prima linea nella lotta al Coronavirus in Italia, confermando che la sensazione più drammatica è vedere i pazienti morire da soli, ascoltarli mentre t’implorano di salutare figli e nipotini.

Non facciamoci male da soli, io resto a casa.

Vincenzo Scarano

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