Minneapolis: cronaca di ordinaria barbarie

Si è scritto e si è parlato in diverse occasioni di episodi di morte e violenza che portano la triste “Firma” di agenti delle forze dell’ordine.

Quello che è accaduto lo scorso 25 Maggio a Minneapolis (USA) costringe tutti noi all’ennesima, macabra riflessione sull’efferatezza straordinaria dei tempi che stiamo vivendo.

La foto del Poliziotto Derek Chauvin che preme con il ginocchio il collo dell’afroamericano George Floyd, provocando la sua morte per soffocamento, ha fatto oramai il giro del mondo.

Prima di analizzare tutte le brutali implicazioni dell’ennesimo episodio di disumanità che siamo costretti a commentare, abbiamo il dovere di comunicare un dato di cronaca: Derek Chauvin è stato arrestato.

Ora, diventa indispensabile provare ad analizzare i fatti senza lasciarsi affascinare dalla tentazione di dividere l’opinione pubblica attraverso il consueto e comodo schema mentale “Guardie Vs Ladri”.

Certo è che, aggredire un uomo disarmato, comprimergli il collo mostrando quasi compiacimento e lasciarlo morire nonostante stia disperatamente implorando di poter almeno respirare, è un fatto che ricorda i crimini di matrice nazista.

Tra l’altro, all’interno della “Maggiore democrazia del mondo”, le aggressioni mortali da parte della Polizia nei confronti delle “Minoranze” non sono episodi isolati, tutt’altro:

secondo l’agenzia di ricerca statistica “Mapping Violence Police”, infatti, la polizia USA avrebbe ucciso circa 1100 persone: quasi un terzo di queste erano persone di colore, il dato è rilevante perchè gli afroamericani rappresentano una piccola parte dell’intera popolazione.

L’elemento di odio razziale è evidente, inutile negarlo.

Le continue “sparate” del Presidente Trump, il conseguente inasprimento delle tensioni sociali degli ultimi anni, fanno poi il resto.

Significativa a questo proposito la dichiarazione dell’ex Presidente Obama: “Quello che è accaduto a Minneapolis non può essere normale nell’America del 2020.”

Lontana oramai anni luce la stagione dell’ “Integrazione” promossa dal primo inquilino afroamericano della Casa Bianca.

Ma si tratta soltanto di razzismo?

In realtà gli episodi di violenza gratuita ed immotivata da parte delle forze delle ordine sono abbastanza frequenti anche in Italia.

Ricordiamo tutti la “Macelleria Messicana” della scuola Diaz o i più recenti casi Cucchi e Aldovrandi.

C’è sicuramente, da parte di alcuni (una sparutissima minoranza fortunatamente), una tendenza alla repressione che deriva da un’interpretazione sbagliata di quelle che sono o dovrebbero essere le prerogative degli uomini in divisa.

A questo proposito, chi scrive è ancora terrorizzato dall’eccessiva discrezionalità in merito al controllo delle libertà collettive ed individuali dei cittadini garantite dalla carta costituzionale, che lo Stato Italiano ha deciso di concedere alle forze dell’ordine con l’obiettivo di contenere il pericolo di contagio da Covid-19.

Il precedente giuridico che si crea con lo strumento dell’ “Autocertificazione” è un tema molto più complesso di quello che appare, anche ora che l’epidemia pare in ritirata.

Tornando al tema iniziale di questa riflessione, senza voler sovrapporre questioni che comunque presentano dei punti di contatto, è chiaro che l’opinione pubblica internazionale non può più accettare passivamente oscenità di questo genere.

Si tratta ancora una volta del rispetto dei diritti umani, bisogna avere il coraggio di ammettere che, a volte, il “Male” indossa la divisa.

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