Le “vene della mia terra” recensito sul blog Il profumo delle pagine

Un romanzo che è un manifesto alla consapevolezza; una storia che funge a mo’ di monito per il lettore, quasi una sorta di preghiera e invocazione, celate da una velata invettiva.

Dopo tanti anni, Luca, giovane ragazzo trasferitosi a Londra, è improvvisamente costretto a tornare nella sua terra natia, Viggiano. Un luogo i cui ricordi e problemi aveva tentato di dimenticare, i quali, però, ancor prima di rimettere piede nel suo paesino, riaffiorano violentemente.

Luca ha vissuto in quella porzione della Basilicata gli anni fondamentali della sua formazione, ed è nel periodo dell’adolescenza che sembra a prendere consapevolezza dell’anima di quel luogo: un paese in cui “i ragazzi […] soffrivano una sorta di fobia nel vedere ogni giorno le stesse facce” e dove “la paura di non essere mai completamente libero dal continuo controllo era insopportabile”. In Luca, comincia ad affiorare un desiderio di evasione, che lo spinge più volte a sfidare il “confine consentito”, superandolo temerariamente e recandosi nella vicina Villa d’Agri, a sette chilometri di distanza da quella gabbia che iniziava a stargli sempre più stretta.

Un’evasione che contribuisce al cambiamento interiore del protagonista. Luca si trasforma, e con lui anche Viggiano. Ed è da questo momento in poi che Francesco Petrone ci guida in una realtà forse dai più ignorata. È questo un romanzo che ci spinge a guardare oltre, che ci spinge ad immergerci in profondità, senza fermarsi alla superficie: oltre a quelle che appaiono semplici vite di cittadini di un piccolo paese del sud, oltre all’arrivo del progresso (un vero progresso?), oltre al miglioramento delle condizioni degli abitanti (un vero miglioramento?).

Luca cresce, cambiano i suoi desideri, mutano le sue priorità; non riesce a sopportare l’idea di veder soccombere la sua casa, di vederne i suoi abitanti ipnotizzati, che vivono all’interno di un sistema in cui chi è al vertice è riuscito a creare “una forma di apparente libertà di espressione, di movimento, di accesso a certi beni”, una funzione che in realtà “nascondono una volontà che riduce il senso critico dell’uomo e la sua capacità di riflettere, facendogli credere inconsciamente di aver raggiunto la migliore della forme di evoluzione sociale e politica […] mentre si calpestavano dei diritti basilari”.

Gli abitanti del Viggiano diventano l’esempio lampante di una società privata di tutto, ma convinta di trovarsi dinnanzi un’enorme opportunità da cogliere a braccia spalancate.

Luca rappresenta l’ideale di una resistenza, di una consapevolezza che non si lascia abbindolare da una pillola indorata. Luca diventa il modello di una società che cerca di rialzarsi, che non accetta più di essere tenuta a catena, sopportando sulla sua pelle inevitabili ripercussioni totalmente ignorate dai potenti.

Le vene della mia terra” è un romanzo che dona magnifici spunti di riflessione. Vorrei veramente poterveli elencare tutti in questa recensione, ma sarebbe un’impresa impossibile! Lo scritto di Petrone mi ha ricordato grandi autori degli anni tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, primo tra tutti Verga! Ho ritrovato molto di quel tipo di letteratura, di pensiero, di stile di vita all’interno delle pagine del romanzo, un romanzo che mi sento di consigliarvi con tutto il cuore.

Questa è davvero un’opera che lascia qualcosa al lettore, una consapevolezza necessaria a non lasciarsi raggirare, un avvertimento e una raccomandazione ad aprire gli occhi.

Come Luca, tutti noi dobbiamo combattere e resistere per difendere ciò che amiamo. Sempre.

 

Il prof. Francesco Petrone, all’uscita del libro, ha raccontato al microfono di Andrea Mario Rossi la natura del suo lavoro letterario: “Le Vene della mia terra”
Un racconto che parla di Val d’agri e di molto altro..

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