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La festa della liberazione, la più banale delle feste d’Italia, che ci rende liberi anche di disertare le manifestazioni commemorative.


Scrivere del 25 aprile significa incamminarsi dentro un vicolo di retorica consumata. Ma stando a ciò che i socialnetwork ci offrono ci si accorge che abbiamo l’obbligo di tramandare tutto il “mondo” che sta intorno a questa data.

Non si può non pensare alla repubblica, alla democrazia ed alla costituzione quando sovviene alla mente la giornata del 25 aprile, quel giorno di aprile che viene identificato come il giorno in cui l’Italia si liberò dal giogo nazifascista. La resa venne sottoscritta il ventinove aprile 1945 in quella che fu definita la resa di Caserta, ma non importa, è stabilito, ope legis, che il 25 aprile è giornata di festa (ndr L. n. 260 del 27.05.1949).

Il venticinque aprile dell’anno 1945, sostanzialmente, è la giornata in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti. C’è la possibilità di ascoltare la voce di Sandro Pertini che invitava i cittadini a porre i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.

Ma dire solo di ciò che è stato il venticinque aprile serve a poco. Credo sia più importante dire e ripetere sempre, fino alla noia, ciò che rappresenta il venticinque aprile per la Nazione. Molti lo hanno dimenticato, altri lo sottovalutano, altri ancora lo ignorano altri ancora ne fanno una ragione di ideale e, per finire, altri una ragione di distinzione politica. Il venticinque aprile dovrebbe essere quel giorno dove ognuno fa ammenda che senza lo sforzo di tanti giovani e di tanti volenterosi ribelli che animarono quel periodo, che va sotto il nome di “resistenza”, oggi non ci sarebbe la libertà di vagabondare per caserme e porti indossando giacche d’ordinanza o imbracciando armi per verificarne l’impugnatura e l’affidabilità.



Credo che tutto sia condensato nella considerazione che fece Vittorio Foa, senatore socialista, partigiano del CLN, dialogando con Giorgio Pisanò, repubblichino, fascista fino alla fine. <<Abbiamo vinto noi e sei diventato senatore; se aveste vinto voi io sarei morto o in galera>>.  È la chiara dimostrazione che oggi se abbiamo la facoltà e la libertà di scrivere “stupidaggini” sulle piattaforme informatiche lo dobbiamo al coraggio di chi seppe ribellarsi.

Il venticinque aprile è, molto banalmente, la festa della liberazione; la festa che rese libera l’Italia e che oggi consente a tutti di essere di destra o di sinistra e di poter esprimere la propria opinione, anche quando è palesemente fuori luogo. C’è un dato, però, che non va sottovalutato e che rende ancora più urgente tingere di “rosso festa” la data del 25 aprile : da un po’ di tempo nei meandri della libertà si annida un qualcosa che rasenta atteggiamenti apologetici che solo il buon senso e l’obbligo di mantenere i toni bassi non fa scattare la salvaguardia prevista dalla Costituzione. La cronaca attuale, dunque, a questo punto, ci impone di indignarci quando le manifestazioni del 25 aprile vengono paragonate ad un derby tra schieramenti politici opposti o quando manifestazioni palesemente fuori contesto vengono considerate goliardate. No, non dobbiamo stare a questo gioco; occorre rimestare nei meandri della memoria e ripescare i fatti rimettendoli in fila nel verso giusto.

Gianfranco Massaro – Agos

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