Lavoro e Salute

Il Mezzogiorno e la Basilicata del 2017 sul filo: occupazione, demografia, export, cambiamenti, sfide

Abbiamo voluto questa tavola rotonda per provare a ragionare circolarmente sulle condizioni di salute e sulle forze effettive con le quali Basilicata e Mezzogiorno si presentano alla fuoriuscita dalla crisi (se di vera fuoriuscita si tratta).

Il 23 aprile scorso abbiamo pubblicato alcune anticipazioni circa lo stato delle cose, la situazione lucana nel 2017 con riferimento alle principali voci economiche (PIL ed export), occupazione, disoccupazione, demografia e popolazione, delineando un quadro in cui le principali emergenze (alcune vere e proprie aree di crisi) erano rappresentate dalle donne (sempre meno donne al lavoro), dai precari e dagli inattivi, dallo spopolamento e dai tassi di natalità.

Una prima pagina locale titolava poi, il 17 maggio scorso, “La Basilicata torna a sorridere, il Pil segna un balzo in avanti del 9,2%”. Per fortuna non sono seguiti i soliti accomodamenti entusiastici, in via di attenuazione ultimamente (forse perché qualcuno si è sempre incaricato di corrispondere con maggiore precisione su numeri, dati e stime), ma anche in questo caso qualcosa va precisata. Dicendo che quei dati erano riferiti al forte accumulo, in termini di prodotto, del triennio precedente, con alcune annotazioni in particolare per industria, agricoltura e turismo. E nell’industria con il forte traino dell’automotive.

Con riguardo ai dati del Rapporto Annuale Istat sulla Basilicata va rilevato, dunque, che la crescita del 9,2% di Pil si riferisce al biennio 2015-16. Variazione dovuta essenzialmente al 2015 (+8,9%).

Una più attenta analisi dei dati per settore, ci consente di sostenere che nel 2015 la crescita è stata fortemente trainata dall’industria il cui valore aggiunto è aumentato del 25,1% (+0,8% nel 2016) l’agricoltura è aumentata del 2,9% (-1,2% nel 2016) ed i servizi dell’1,7% (-0,1% nel 2016).

La crescita dell’industria è, in particolare, connessa all’industria manifatturiera (+55,4%) ed in particolare all’industria dei mezzi di trasporto (+172,7%).

Conferme anche nei dati sull’occupazione, aumentata nel 2015 nell’industria manifatturiera del 6,9% e nei mezzi di trasporto del 38,5%.

Bisogna dire, invece…e purtroppo, che nel 2017 i riscontri che forniamo nel report (allegato in cartellina) vedono interrompersi la fase di lieve ripresa avviatasi nella seconda parte del 2014. I livelli pre-crisi che stavano gradualmente avvicinandosi stanno nuovamente ampliandosi in controtendenza con il complesso del Mezzogiorno, in cui la ripresa si è avviata più tardi ma sembra durare un po’ di più. Segno evidente di ritardi strutturali e di problemi mai risolti con cui la Basilicata dovrà fare i conti.

Non a caso nell’aprile dello scorso anno, in occasione dei primi riscontri sui microdati ISTAT, parlammo di una regione che non demorde ma che al contempo non morde, resiste e denota un temporaneo saldo positivo di occupati, ma nello stesso tempo le forti differenze di saldo tra lavoro dipendente e indipendente e tra lavori standard e tempi parziali non ci avrebbe consentito di restare sereni. E infatti a fronte di un aumento dell’occupazione dipendente pari al +0,7% si riscontrava una occupazione indipendente pari a +5,1% tra il 2015 e il 2016. Nello stesso arco temporale i lavoratori dipendenti crescevano nel Mezzogiorno del +2,3% e diminuivano gli indipendenti del -0,1%; in Italia i primi crescevano del +1,9% e i secondi flettevano del -0,5%.

Questa sintomatologia ci indusse ad essere prudenti, graficamente raffigurammo la Basilicata come una bocca affetta da carie e gengiviti (dunque resiste ma non morde); e nel 2017 purtroppo giunge il conto. Nella media del 2017 gli occupati in regione sono circa 188 mila, 4 mila in meno rispetto al 2016 e ben al di sotto dei livelli pre-crisi (circa 194 mila); il tasso di occupazione si riduce di circa un punto (dal 50,3% al 49,5%), pur rimanendo 5 punti sopra la media del Mezzogiorno.

L’occupazione giovanile (15-34 anni) torna a calare (-7,2%) dopo due anni di ripresa mentre nel Mezzogiorno si registra un timido +0,1% (stabile). Sono circa 40 mila i giovani under 35 occupati in Basilicata a fronte dei circa 56 mila del 2008. Resta stabile il numero degli occupati con 50 anni e oltre.

Tutto ciò a fronte di un’annotazione strutturale di particolare preoccupazione: l’evoluzione demografica e la trasformazione delle regioni del sud negli ultimi anni, da regioni a più forte crescita a regioni in declino demografico. Dal dopoguerra ad oggi la Basilicata ed il Mezzogiorno hanno visto una forte contrazione del tasso di fecondità, da circa 3 figli per donna degli anni ’50 ad 1,23 di oggi per la Basilicata, 1,3 figli nel complesso delle regioni meridionali.

Al 2045 la Basilicata perderebbe (secondo ISTAT) 89 mila abitanti, 62 e 61 mila nelle classi 0-29 e 30-74 anni con un aumento di circa 34 mila persone nella classe 75 anni e oltre. Circa 2,4 milioni il calo di popolazione che sperimenterebbe il Mezzogiorno a fronte di +300 mila persone nel Centro-Nord.

Si aggiungono i flussi di pendolarismo verso le regioni del Centro-Nord che coinvolgono una quota non piccola di lavoratori regionali (circa 12 mila ed in forte aumento rispetto all’anno precedente), giovani e meno giovani istruiti ed alla ricerca di posizioni stabili.

Infine la capacità di andare sui mercati esteri da parte del sistema produttivo locale è di fatto sostenuta dall’unico impianto dell’automotive presente, troppo poco in un’era caratterizzata da una marcata globalizzazione e da un’organizzazione produttiva sempre più incentrata sulle catene globali del valore. La quota di export regionale in beni a crescita dinamica (ossia quelli che inglobano pezzi significativi di conoscenza non formale) è molto elevata, ma frutto del decisivo e forse esclusivo contributo della filiera dell’automotive. All’aumento, poi, degli operatori all’export non corrisponde una analoga variazione del fatturato.

Una recente ricerca della Banca d’Italia ha evidenziato che a parità di dimensione, esperienza, produttività e specializzazione produttiva, le imprese localizzate nelle province più lontane dai mercati di sbocco hanno una probabilità di esportare e una quota di export sul fatturato inferiori, rispettivamente, del 10 e del 7% a quelle delle imprese con sede nelle province più vicine ad essi; le province con una scarsa qualità ed efficienza delle istituzioni mostrano una probabilità di esportare inferiore del 3% e una quota di fatturato esportato inferiore del 6% rispetto a quelle con i livelli di qualità ed efficienza più elevati; idem per il capitale umano e sociale.

A queste condizioni siamo tutti in equilibrio sopra un filo…molto sottile. La Basilicata ed il Mezzogiorno sono sul filo, scivolando dal quale si rischia di ricadere nei modelli di produzione e di crescita pre-crisi. Ma sul filo ci tocca camminare verso il futuro, di un futuro incerto e di un equilibrio instabile. E lo Stato può stendere una fune più larga e consistente oppure una vera e propria autostrada, visto anche il continuo bisogno di queste ed i continui rinvii di opere infrastrutturali strategiche.

A queste condizioni, in cui il tasso di disoccupazione (secondo il DEF) resta a due cifre (10,2% al 2019), ancora il doppio di quello pre-crisi, collocando il nostro Paese in cima alla classifica europea, assieme a Grecia e Spagna…a queste condizioni servono investimenti pubblici, la cui incidenza (2,0% nel 2018 e 2019) però non aumenterà almeno fino al 2020 (appena al 2,1%) secondo il quadro degli indicatori di bilancio della P.A. del DEF 2018.

In queste condizioni in cui, su 310 mila nuovi contratti a tempo indeterminato tra gennaio e febbraio 2018, sono 56 mila gli under 35, il 18%, meno che nel 2017, con l’evidenza di incentivi ad oggi poco efficaci; in cui negli ultimi 10 anni in Italia si registrano – 895 mila lavoratori nell’industria, +819 mila lavoratori nei servizi, -1 milione di operai e artigiani, -392 mila occupati in professioni qualificate e tecniche, +437 mila occupati come personale non qualificato; +861 mila esecutivi di commercio e servizi…In queste condizioni, in cui il valore aggiunto dell’industria si è ridotto al Sud di oltre un quarto dal 2008 (-27,3%), a fronte del -9,9% nel resto del Paese; in cui il peso del settore dell’industria manifatturiera sul totale del prodotto del Mezzogiorno passa dal 10,5% del 2001 all’8,0% del 2016, essendo in quasi tutte le regioni meridionali ormai sotto le due cifre…In queste condizioni di equilibrio sopra un filo…o si procede senza esitazione (e si investe) o si cade.

La ripresa non può basarsi su poche imprese trainanti, non può basarsi sul contenimento dei costi (sgravi, riduzione del costo del lavoro, riduzione delle tutele ambientali e riduzione dei diritti, riduzione dei salari, degli orari e aumento del part time involontario).

La ripresa deve basarsi su nuovi investimenti, su un modello di sviluppo (sostenibile), su un modello di politica industriale.

E se da un lato è giusto sottolineare il peso e l’importanza di proposte di politica economica, anche per merito della CGIL e della piattaforma Laboratorio Sud che in Basilicata ha visto la sua genesi 3 anni fa…proposte per una rinnovata centralità di politiche per il Mezzogiorno, che puntano sul ripristino della spesa ordinaria in conto capitale al Sud (la clausola 34% di cui la Svimez è tra i principali assertori), sul riposizionamento di una agenzia nazionale di sviluppo sul modello delle partecipate, sulla costituzione di un fondo speciale per gli investimenti in mobilità e infrastrutture e su un piano straordinario per la tutela del territorio…dall’altro lato è bene segnalare tutte le criticità ancora presenti.

Bisogna perciò dire che ad investimenti immateriali ed a piani come Industria 4.0 (che pure delineerebbero alcuni shock importanti nel valore delle imprese, al Nord come – meno – al Sud), andrebbero previste politiche ed interventi in grado di accrescere le dimensioni assolute del sistema industriale e le relazioni di scambio con i servizi di mercato locali ed esteri. Bisogna puntare su una strategia della portualità basata sulle Zes ma con un disegno di totale destinazione d’uso del territorio, in grado di mobilitare energie e intelligenze di sistema.

Bisogna inoltre dire che l’aggiuntività dei fondi europei compie un po’ il percorso delle tre carte, basti vedere l’andamento oscuro dei Patti per il Sud e basta vedere come l’austerità di questi anni ha di fatto depresso il PIL del Mezzogiorno in misura più che doppia rispetto al Nord del Paese (ed in questo la Svimez ci offre una rassegna molto ampia di modelli riferiti agli ultimi 5 anni con riferimento al peso delle manovre di stabilità sul PIL del Mezzogiorno). Basti vedere come il differimento dei fondi dal Fondo di Sviluppo e Coesione (parliamo di 35 miliardi posposti a dopo il 2020) stia di fatto a rappresentare una forma simpatica e poco impattante di tagli alla spesa per gli investimenti, laddove con 11 miliardi si completerebbero la ferrovia Napoli-Bari-Lecce-Taranto, la Messina-Catania-Palermo e la Salerno-Reggio Calabria.

Nello stesso tempo, quando diciamo di voler investire su una nuova leva di amministratori pubblici in grado di imprimere un’accelerazione nello sviluppo e innalzare il livello di servizi a favore delle imprese che investono, dobbiamo altresì pensare ad una profonda revisione delle politiche europee di coesione, uniformando ed unificando la direzione amministrativa del Fondo di coesione e qualificando al Sud una nuova leva di amministratori e di pubblici funzionari.

Dando uno sguardo (e mi avvio a concludere) alla fase politica che ci apprestiamo a vivere, siamo dentro ad un bipolarismo di fatto, un bipolarismo che vede contrapporre gli inclusi agli esclusi, in cui il rischio è un nuovo dualismo territoriale, con un compromesso di governo e di politiche tra un Nord a trazione leghista, con un’agenda liberista e securitaria al tempo, e un Sud a trazione grillina con un’agenda di tipo Keynesiano, antagonista all’euroaustherity, ma di un keynesismo di matrice risarcitoria e caritatevole, un Keynesismo che contempla il reddito di cittadinanza ma a tutto svantaggio di politiche per lo sviluppo, a svantaggio dei diritti ed a svantaggio di un ripensamento della protezione universalistica dai moderni rischi sociali.

In questo quadro il Sud e la Basilicata restano sul filo, nel rischio di una nuova rovinosa caduta che ammaccherebbe i pur flebili segnali di ripresa, con la prospettiva di una strada più stabile verso un futuro fatto di sviluppo sostenibile, di nuovi modelli di politica industriale, di innovazione sociale e di sistema. In questo contesto si può osservare supinamente la lenta (ammesso che sia) uscita dalla crisi del Paese, oppure si può pensare di governare il cambiamento ed i processi in atto.

Al momento, però, il filo è stretto e le scarpe sono rotte. Con questi compagni di strada tocca andare e con tanto tanto coraggio affrontare le opportunità che si presentano.

Relazione Giovanni Casaletto Ires Cgil Basilicata

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