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Giornata del dialetto e delle lingue locali. La Pro-loco Corletana aderisce all’invito dell’UNPLI


L’obbligo di limitare i contatti sociali ci ha imposto di ridurre i rapporti  alle strette necessità inderogabili e con persone con le quali si ha un collegamento parentale o di convivenza tale da non giustificare precauzioni alla contaminazione. Ciò ha amplificato le attività casalinghe e, per dirla modernamente,  l’uso della tecnologia per l’home entertainment.  Ora immaginate generazioni diverse che si trovano a vivere in casa con una intensità alla quale s’erano disabituate! Famiglie che scoprono vizi e tic insopportabili del coniuge, figli che scoprono vicende casalinghe inimmaginabili, arredi e suppellettili che di colpo risultano fastidiose per quella instabilità (che è li da oltre un ventennio) che proprio non se ne può fare a meno. Alcuni si sono rimboccati le maniche ed hanno ricalibrato lo status di affiliazione, rispolverate le cassette del bricolage, i libri, i WHS ed altre amenità per far scorrere le giornate con serenità coniugale come ci si promise il wedding day;  altri hanno scoperto, con stupore, come sia stato possibile restare in quella casa fino ad oggi, come sia stato possibile non capire le traversie ed i tradimenti del coniuge le assurdità dei figli e la casa che tutto appare tranne che un nido caldo ed accogliente. In sintesi, la pandemia ha messo tutti davanti alle proprie responsabilità ed ognuno ha dovuto fare il consuntivo in corso d’esistenza.  Ma non sono mancati spunti per virtuosità già collaudate come è stato per la Pro-loco Corletana, che ha saputo cogliere l’attimo del “tutti chiusi in casa” e far tirare dai cassetti della memoria le scatole dei giochi di società di una volta, ovvero fatti, favole, racconti che si ripetevano seduti alla seggiola impagliata posti a corona davanti al camino.  Ne è venuto fuori un pamphlet digitale eccezionale del dialetto e del racconto: “cos cusell” ovverosia un fatterello. La giornata del dialetto e della lingua locale, che cade il 17 gennaio,  la Pro-loco Corletana ha sfoderato il risultato del lavoro di raccolta organica delle “cos cusell” locali. Ed allora mi sono, munito della disponibilità del Presidente, Antony Gallo, per farci spiegare l’importanza del dialetto e degli indovinelli per una generazione che spesso mostra indifferenza per la storia e per i valori “antichi”.

Dunque, Dr. Gallo ce la può raccontare la giornata del dialetto come si è svolta a Corleto Perticara?

Risposta: La Pro Loco di Corleto, da ben 5 anni ormai, risponde all’invito che l’UNPLI annualmente le rivolge, mediante iniziative e campagne social che pongono l’attenzione a quelle forme di narrativa popolare su cui da tempo è calato il silenzio, soffermandosi, quest’anno in particolar modo, sull’indovinello popolare, che a Corleto definiamo “Cus Cusell” cioè quisquilia.

Domanda: Molto sinteticamente, cosa ci dice di questa pratica antica dell’indovinello e della “cos cusell”.

R.: Una letteratura è viva finché durano i contesti in cui essa esercita la sua vitalità e la rinnova. Questa letteratura, variegata nelle sue forme (fiaba, favola, leggenda religiosa, racconto, aneddoto, novella erotica), comprende anche il detto sagace, la filastrocca recitata come una cantilena… e l’indovinello popolare. Già, l’indovinello. Chi pone più a un bambino uno degli indovinelli di un tempo?

D.: Ora è d’uopo chiederle di recitarci qualche simpatico indovinello. Cercherò di indovinare.

R.: Quannu scénne, scénne ridenn; quann nghiana, nghiana chiangènn (Quando scende, scende ridendo, quando sale, sale piangendo).

D.: Credo sia il secchio, ma a me aiutano i capelli bianchi e l’aver avuto Zii e Nonni che le raccontavano. Ma mi piacerebbe una sua interpretazione di questo indovinello che a risposta svelata è di una banalità disarmante.

R.: L’acqua oggi scorre dal rubinetto, in casa. E allora, a che serve richiamarlo alla memoria? A che gioverebbe riproporlo ai bambini di oggi? Eppure se solo pensiamo a quelle insulse trasmissioni televisive, basate sui quiz, che propongono domande insulse e quesiti contorti, relativi a argomenti di nessuno spessore culturale… ci ritorna la nostalgia degli indovinelli della nostra infanzia.

D.: Allora le chiedo di parlarci un poco a braccia dell’iniziativa e delle radici del dialetto e degli indovinelli.

R.: L’enigma popolare testimonia l’ostentazione di capacità inventive da parte di chi lo propone, piuttosto che la perspicacia di chi dovrebbe risolverlo. Infatti, gli indovinelli per lo più sono di difficile comprensione, e venivano proposti per saggiare la prontezza e l’intelligenza degli interlocutori. Non mancava uno più perspicace che non si lasciava sviare dall’apparenza, ma sapeva vedere al di là delle cose. Egli seguiva attento la gestualità e il tono di voce del proponente, e imbroccava la risposta. Del resto all’interno delle parole che costituivano l’indovinello ce n’era sempre una che metteva i piccoli sulla strada giusta:

Tengu doie f’nestredd: U juorn l’ tengu aperte e a la nottu stannu chiuse.

(Ho due finestrelle: di giorno le tengo aperte, e di notte stanno chiuse: gli occhi).

Più che indovinare la risposta, i bambini imparavano. E fissavano nella mente la soluzione, per essere pronti la volta successiva a precedere gli altri nello scioglimento dell’indovinello. E’ umanamente impossibile rispondere a molti di questi grattacapo che si avvalevano di un linguaggio simbolico e di una terminologia allusiva. Quale soluzione esigono gli elementi in cui è articolato il presente indovinello?

Ddui luciénti, ddui pungiénti, quatt piedi e na scopa 

(Due occhi luminosi, due corna pungenti; quattro bastoni per zampe e una scopa come coda: il bue). 

L’indovinello ha una storia antichissima, e forse era adoperato sin d’allora con le stesse modalità presenti nella nostra civiltà contadina. Compare sin dai primi scritti dell’umanità, ma la sua origine è sempre popolare. Ne abbiamo un esempio classico nel mito greco, ripreso da Sofocle nella tragedia dell’Edipo re. Il protagonista risolve il famoso enigma della Sfinge: qual è la bestia che all’alba cammina con quattro zampe, nel meriggio con due e alla sera con tre? Edipo subito le rispose: l’uomo, che da bambino cammina anche con le mani, da adulto su due piedi e da vecchio aiutandosi col bastone.

Strutturalmente simili agli indovinelli sono i responsi oscuri emessi dalle Sibille o dalle Pizie dell’Oracolo di Delfi, interpreti della volontà di Apollo, che parlavano per enigmi. Ecco il più famoso: Ibis redibis non morieris in bello! L’oracolo è ambiguo. 

A seconda della collocazione della virgola abbiamo: 1. Andrai, ritornerai, non morirai in guerra! 2. Andrai, non ritornerai, morirai in guerra! 

Infine, il famoso indovinello veronese, risalente agli albori della nostra letteratura volgare (secolo VIII): Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba: Aveva innanzi a sé i buoi (le dita), arava bianchi prati (il foglio candido), e un bianco aratro teneva (la penna), e nero seme seminava (l’inchiostro).

Gli indovinelli più divertenti, però, sono quelli che alludono al sesso. Essi esplicitamente fanno riferimento alle parti intime del corpo e all’atto sessuale, ma il ricorso al linguaggio erotico è solo sviante per l’interlocutore: laddove ci si aspetta la soluzione triviale, ecco all’impensata la spiegazione innocente. Chi partecipava al gioco enigmistico sospettava che nel quesito era implicita una presa in giro, ma sapeva stare allo scherzo. Per ridere e per imparare. Di questo tipo di indovinelli ne circolavano una quantità enorme; e il narratore (non necessariamente uno più anziano), li proponeva da impostore in mezzo a una frotta di ragazzi e di fanciulle, con lo scopo manifesto di deridere, ma pure con l’intento di suscitare il riso. Se vogliamo indicare un’ascendenza di questo genere di indovinelli, dovremmo risalire alla feconda letteratura erotica latina, da Catullo a Ovidio e a Marziale, caratterizzata dal componimento breve (epigramma) e connotata dal doppio senso e da una manifesta oscenità, libera da ogni intento religioso o filosofico.

La fémmena lu piglia lu iuornu ca se sposa, lu Papa lu tène  e nun l’aùsa,  la ved’v lu tenìa  e l’ha pperdùt. Accummènza cu la c… c’è je ? (La donna lo prende il giorno che va sposa, il Papa ce l’ha ma non lo usa, la vedova ce l’aveva e l’ha perduto; inizia con la lettera c… che cos’è? Il cognome). 

“È long e liscia A pigl’mman quann piscia.” (È lunga e liscia, la prendi in mano quando ne devi versare il contenuto: la bottiglia)

La letteratura è costellata di tesi contrastanti circa gli indovinelli: taluni (Tylor, Pitrè) sostengono che gli indovinelli popolari rappresentino la degradazione dell’enigma letterario e la banalizzazione degli oracoli ambigui del mondo religioso classico; il passaggio insomma da una dimensione filosofica, o addirittura dalla speculazione teologica, a “forme di gioco elementare”. Che c’entrano però gli indovinelli volgari con il carattere sacro degli enigmi delle Sibille? E poi, negli enigmi sacri e negli oracoli di Apollo era in gioco la morte. I nostri indovinelli parlano per lo più del lavoro e del sesso. Cioè, della vita!

Possiamo dunque affermare, come riporta il Prof. Rocco Gerardi, che “gli indovinelli di trasmissione orale” – questi nostri giochi verbali – “sono piuttosto una reinvenzione popolare, avvenuta nel Medioevo, nel periodo di esplosione del volgare, che offriva una forma linguistica più viva e forniva una comunicatività più vasta e più immediata.” 

Essi – continua Gerardi – “documentano la capacità creativa del popolo, di una società che possedeva una cultura autonoma la quale veniva trasmessa oralmente, ed era sempre rinnovata e arricchita, passando ininterrottamente di bocca in bocca. Fino alla nostra generazione, colpevole della grande frattura culturale con le nuove generazioni.”

La giornata del dialetto a Corleto Perticara, attraverso i social, si è celebrata nella maniera più forbita possibile grazie al suo Presidente ed ai suoi collaboratori che hanno saputo stanare nella memoria di nonni, zii, comari racconti atrofizzati dalle amenità del tempo, coperti sotto i sedimenti di televisioni, telenovelas, fiction, e talk show  inutili e dannosi.  Se Pro-loco, dunque, vuole essere il presagio di operare a vantaggio del luogo credo che Antony stia lasciando un’impronta di altissimo profilo culturale e di forte caratterizzazione della cultura locale. Ed ovviamente per stare alle modernità ed alle sane contaminazioni tutto è stato racchiuso in video che può essere visto attivando il seguente Link: https://www.youtube.com/watch?v=2YTA3CSzBxg – Curato dal Film-maker: Ing. Lorenzo Carone con la preziosa e tenace collaborazione della Dr.ssa Rocchina Robilotta.

Gianfranco Massaro – Agos

 

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