Ernesto De Martino: un ricordo nel giorno dell’anniversario della sua morte

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione della dottoressa Anna Teresa Lapenta, Etnoandropologa di Corleto Perticara 

Di Ernesto De Martino in Basilicata si parla spesso e molto, tanto che per numerosi lucani la figura dello studioso è assimilabile a quella di una figura familiare e da molti è considerato alla stregua di un eroe mitico che, insieme a Carlo Levi, è stato tra i primi a far parlare e a far conoscere la nostra amata Lucania. Ed effettivamente il contributo demartiniano fu di grande rilievo soprattutto per quanto concerne la comprensione delle ragioni dell’arretratezza dei “contadini del Sud”. L’etnologo, infatti, portò la questione dentro il dibattito intellettuale e politico nazionale, dentro quel contenitore retorico che porta il nome di “questione meridionale”.

Difatti, De Martino era consapevole che il Meridione costituisse un problema nella coscienza di storici, economisti, sociologi e che tale problema andava analizzato dal punto di vista culturale considerando la cultura meridionale come una complessa e specifica concezione del mondo. E mentre negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, una parte dell’Italia ripartiva correndo verso un progresso sociale, civile ed economico si assisteva alla sempre più ampia dilatazione della discrepanza che divideva l’Italia in due, di cui quella meridionale era rappresentata, narrata e stigmatizzata dalla definizione di vergogna e il caso della città di Matera ne è stato certamente l’esempio emblematico.  In De Martino confluivano l’esperienza politica e scientifica, era un intellettuale impegnato, un etnologo militante. Colui, che per molti è considerato erroneamente un raccoglitore di tradizioni popolari o un cacciatore di maghi e “masciare”, nei primi anni ’50 del secolo scorso scese tra le genti subalterne di Puglia e Basilicata durante il periodo in cui rivestì il ruolo di segretario del partito socialista, prima, e del partito comunista, poi.

La depressione e lo stato di indigenza delle popolazioni meridionali costituivano un’emergenza che urlava la necessità di una comprensione. Questa fu la ragione che lo spinse ad organizzare le cosiddette spedizioni etnologiche e già l’uso del termine “spedizione” dovrebbe indurci a riflettere su quanto apparisse esotico il Sud al resto d’Italia. Da queste indagini svolte a più riprese durante l’arco dell’intero decennio degli anni ’50 derivò la “Trilogia del Meridione” costituita da tre monografie, probabilmente le più conosciute di tutte le sue opere. Nel 1958 fu pubblicato “Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria” studio concernente il pianto funebre in Lucania; il secondo “Sud e magia” pubblicato nel 1959 tratta del complesso mitico-rituale della fascinazione in cui si prende in esame la magia di Albano di Lucania; infine nel 1961 viene data alle stampe “La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud” sul fenomeno del tarantismo salentino.

Opere che, oggi, hanno visto una forte diffusione nelle aree geografiche di riferimento e dalla cui assimilazione e rielaborazione le attuali comunità hanno messo in atto politiche di patrimonializzazione e turistificazione in cui Ernesto De Martino e i fenomeni culturali da egli studiati costituiscono il fulcro, basti pensare alla nota “Notte della Taranta” di Melpignano e “Le notti della magia” di Albano di Lucania. Alla luce di un discorso breve, parziale ed incompiuto oggi, più che mai, dovremmo interrogarci sull’uso e l’abuso del pensiero, delle opere e della stessa antropologia demartiniana.

Anna Teresa Lapenta

 

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