Cosa resta? I nostri pensieri (forse)!

Riceviamo e pubblichiamo un prezioso contributo di riflessione filosofica ideato e scritto dalla dott.ssa Concetta Vaglio.

 

Buona Lettura!

 

Distrazione. Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte,
la miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per viver felici, di non pensarci.
B.Pascal, 348

 

Chissà quando abbiamo smesso effettivamente di pensar-ci.
Attori non protagonisti delle nostre inconcludenti e atipiche giornate, ci destreggiamo tra una ricetta di cucina e un corso yoga. Riempiamo le ore con attività che annientano il corpo e occultano soprattutto la mente. Diventati ormai un continuum con gli arredi del nostro habitat artificiale, cerchiamo in tutti i modi di illuderci che tutto questo prima o poi finisca e saremmo liberi di ritornare alla nostra routine. Ma (da) cosa fuggiamo? A cosa ritorneremo? E cosa ne sarà di noi? Blaise Pascal sembra essere un nostro inquilino (affittuario a debita distanza), che poltrisce (o forse no) sul nostro divano e commenta la degenerazione (?) umana odierna causata dall’evento epocale Covid-19. Pascal ci ha regalato parole stupende riguardo questa nostra capacità di “evitare”, di sfuggire alla riflessione su e con noi stessi. E ora è un virus a risvegliare i Pensieri pascaliani. Un testo questo che ogni tanto andrebbe ripreso, rispolverato e riaperto. Per una volta, in questi indeterminati giorni di quarantena che ognuno di noi sta iniettandosi, proviamo a fermarci…

Quando in questi giorni mi guardo allo specchio, consapevole ogni mattina del personale decadimento fisico che ognuno di noi sta interiorizzando, ripenso alle dolci e profonde parole dei Baustelle che cantavano già qualche anno fa “Chi siamo noi? Chissà quest’anno cosa andrà di moda?”. Canticchio allo specchio, spostandomi i capelli che non sono più di un castano intenso ma debole, quasi evanescente, che ogni tanto, tra un’uscita sul balcone e un sorriso ai passanti copro con della chimica… e penso: cosa sono io, cosa siamo noi? Forse Bianconi davvero ha sintetizzato in una domanda secoli di antropo-filosofia!

La totale assenza di passioni, di occupazioni, di passatempi, il riposo assoluto, è quanto di più intollerabile possa esserci per l’uomo. Il più grande merito di tutte le occupazioni sociali è quello di distrarre l’uomo dalla propria solitudine. L’uomo che inizia a pensarsi solo con sé stesso percepisce quella spaventosa consapevolezza di un essere in solitudine. Riflettere sulla propria natura e sulla propria condizione rende l’azione del pensare drammatica e produce pensieri come la noia, l’angoscia, l’inquietudine, la malinconia e la disperazione. L’uomo si sente d’un tratto mancante. E come non pensare al bellissimo dialogo ne Il cielo sopra Berlino?:

“l’angoscia mi fa male, perché solo una parte di me ha l’angoscia, ma l’altra non ci crede. Come devo vivere? Forse non è per niente questo il problema. Come devo pensare. So così poco, forse perché sono sempre curiosa. Talvolta penso in modo così sbagliato, perché penso come se parlassi contemporaneamente a qualcun altro. All’interno degli occhi chiusi, chiudere un’altra volta gli occhi, allora anche le pietre sono vive.”

Le divertissement è ciò che ha contraddistinto il nostro immediato passato. Sembra ieri che ci destreggiavamo tra un coffe break e un lunch, tra un breakfast e un ape.. e ora cosa è rimasto? Il nulla, soltanto un hashtag nei ricordi instagrammati. Il nulla, ecco, il nulla e non il niente sta occupando le nostre vite. Lasciatemi sottolineare la differenza sottile ma sorprendentemente necessaria tra questi termini. Di solito si parla di paura, ma la paura ha sempre un oggetto determinato da temere. E la paura, essendo un istinto primordiale dell’essere vivente, agisce su di noi come un ottimo meccanismo di difesa per riuscire a salvarsi da un determinato pericolo. Quando invece proviamo un senso di smarrimento che ci procura panico, ecco questa è angoscia, che è un concetto differente dalla paura perché non ha un oggetto determinato da temere. Il pericolo è indeterminato e indefinito, inarrivabile, inconcepibile, e quindi viviamo in un perenne stato di fibrillazione ansiogena. La soluzione all’angoscia è molto complicata, Heidegger scriveva che quando “non c’è nulla a cui agganciarsi” allora è lì che si assumono atteggiamenti scomposti, pratiche e pensieri sbagliati che ci deviano. L’angoscia può essere contenuta solo se metabolizzata e inserita in quella grande consapevolezza dell’uomo di essere un animo fragile. Accettare la precarietà della vita, costruire un rapporto ellenico con la perdita, la mancanza e la morte potrebbe alleviare il nostro stare (momentaneamente) al mondo. Sicuramente avvicinarsi al pensiero greco aiuterebbe a vivere questa unica vita in maniera più serena.
Questa ‘reclusione’ andrebbe trasformata in opportunità. Curare la nostra interiorità e rendere questa prigionia catartica potrebbe essere utile a tutti per ricominciare. Ripensiamo al nostro modo di stare al mondo, di abitarlo. Proviamo a sviluppare un pensiero profondo che si avvicini al pensiero filosofico, quel pensare che si pone giuste domande e non pretende risposte certe e assolute, perché l’onniscienza appartiene ad una parte della metafisica che chiamiamo fede!E al corpo non serve soltanto fede (per ora) ma azione. È il tempo di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente con le altre specie di esseri viventi, tutelare la loro salute e quella degli ecosistemi, oltre alla nostra, provare a diventare (oserei dire) Übermensch o “postumani”, come teorizza il filosofo Leonardo Caffo in Fragile Umanità: cioè “Una specie che si è evoluta, non nell’aspetto fisico, ma in comportamenti, capacità intellettuali e relazione con l’ambiente: diversi nelle usanze alimentari, nelle relazioni con l’ambiente (ecologisti) e in infiniti altri aspetti, che si si bloccano dove calpestano la vita che non gli appartiene direttamente”. E ancora “Ora che ci riscopriamo una parte del tutto, messi in pericolo da un organismo submicroscopico partito dal regno animale che pensavamo di dominare, stiamo assistendo davvero al tanto augurato sfaldamento dell’antropocentrismo. Non siamo più al centro dell’universo, capaci di tutto, ma in periferia, insieme alle altre specie viventi con cui condividiamo la vita e la morte, forse questa ritrovata consapevolezza ci darà la spinta per cambiare la società in meglio, ma non dobbiamo pensare che ciò avverrà senza sforzi, per il solo fatto di aver attraversato una pandemia.”

È più ricco chi sa bastarsi.
Lao Tzu

Concetta Vaglio

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