Il petrolio di Alarico di Rocco Donato Alberti

Con una struttura stilistica a metà strada tra il romanzo storico e il genere della fantapolitica (ma fino a un certo punto…), Rocco Donato Alberti tratteggia una storia in cui racconta la sua Basilicata tra passato, presente e futuro immaginario. E in un questo scenario temporale inserisce personaggi a tinte fosche alle prese con ribellioni territoriali, affari poco puliti, sentimenti senza logica, mutamenti climatici e addirittura genetici.

C’è molta Storia, perché l’autore cita dottamente episodi reali che hanno caratterizzato la Nazione e la sua regione in anni più o meno recenti.

C’è altrettanta attualità quando descrive due delle principali ricchezze della terra lucana (insieme alla cultura e alla natura di luoghi in gran parte ancora incontaminati): l’acqua, i cui invasi contribuiscono anche ai rifornimenti idrici della vicina Puglia, e il petrolio, con il comparto estrattivo della Val d’Agri che costituisce un’importante riserva nazionale sul fronte energetico.

In quanto agli scenari futuri prefigurati, Alberti lascia immaginare il ritorno della monarchia, con un sovrano controverso alla guida di un Paese dilaniato dalle pulsioni secessionistiche che lo attraversano da Nord a Sud. E qui si inserisce una sorta di nuova Resistenza, tutta meridionale, nella quale non si disdegnano azioni dimostrative forti e persino attentati.

Le pagine di questo romanzo trasudano di amore e rabbia: l’amore incondizionato per la propria terra e la rabbia per il modo in cui persone senza scrupoli (politici, imprenditori e faccendieri) l’hanno sfruttata e vilipesa, anche nella vita reale. E spesso l’autore dà voce alle proprie opinioni personali attraverso le parole dei personaggi, interrogandosi su grandi questioni esistenziali: la lotta tra il bene e il male, il senso dell’amore vero quando non è inquinato da interessi economici o da mera convenienza sociale, la necessità di rispettare la natura per evitarne l’ira funesta.

Ma Alberti fa di più: mette alla berlina fatti e personaggi realmente esistenti, facendosi scudo della finzione romanzesca, per denunciare soprusi e inganni, mistificazioni e populismo, ipocrisia e spregiudicatezza.

Uno sfogo, una rivolta interiore intrisa di risentimento verso l’egoismo che spesso caratterizza il genere umano. Ma è anche uno spaccato di storia, tra realtà e fantasia come si diceva, in cui emergono implicite citazioni di vari autori: penso alle meticolose descrizioni, di ispirazione manzoniana, di luoghi e personaggi; a George Orwell con i suoi “1984” e “La fattoria degli animali”; ma anche allo stile satirico di Voltaire e del suo “Candido”.

Infine come non pensare all’humus culturale nel quale è maturato questo libro, pubblicato postumo, con un’evidente ispirazione a due conterranei di Alberti? Rocco Scotellaro, ad esempio, accomunato all’autore non solo dal nome proprio ma anche dalla prematura scomparsa, strenuo difensore dei diritti dei contadini del Sud. Proprio come Giustino Fortunato che Indro Montanelli definì “il più grande e illuminato studioso del Meridione”.

Infine un riferimento al titolo del romanzo: il leggendario tesoro di Alarico non è solo un insieme di oro, argento e altri preziosi che sarebbero stati sepolti, insieme al re dei Visigoti nel letto del fiume Busento dopo il “sacco di Roma”. Può essere interpretato infatti, in maniera simbolica, come un tesoro che la Basilicata custodisce al suo interno dopo essere stata essa stessa saccheggiata. Acqua e petrolio, natura e cultura.

Ed è certo che, da Lassù, Alberti continuerà a vigilare sulla sua terra, ad amarla e a difenderla.

Con questo suo libro ci ha lasciato uno scrigno di conoscenza e di sensibilità, di impegno civile e di condanna dei potenti di turno.

Il tesoro di Rocco.

Per la sua gente e i suoi lettori.

Angelo Caputo

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