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Nucleare, la Gazzetta del Mezzogiorno entra nel sito Enea-Sogin in Basilicata

Visita nel sito Enea-Sogin e nei luoghi ritenuti, sinora, i «simboli» dell’inquinamento da cromo esavalente (pericoloso inquinante perché tossico, mutageno e cancerogeno) e da altre sostanze chimiche della falda idrica sottostante al centro della Trisaia e dintorni: l’ex impianto Magnox ed il pozzetto SP35. Perché sarebbero i «luoghi» dell’ennesimo attacco all’ambiente con possibili ripercussioni sulla salute umana nel Metapontino? Cominciamo dal Magnox. «La responsabilità dell’inquinamento – dichiarò al nostro giornale il 20 ottobre scorso Marco Citterio, della direzione centrale infrastrutture di Enea – è per il 99 per cento del Magnox, attivo fino al 1988. Produceva barre di combustibile nucleare per le centrali italiane. Cromo esavalente e trielina facevano parte del ciclo produttivo. Rimuoveremo la vasca e le tubature che contengono i reflui. Speriamo entro la primavera prossima».

E perché sarebbe così importante il pozzetto SP35? Così ha scritto il dirigente dell’Arpab, Gaetano Santarsia, nel suo report del 1 settembre scorso inviato a tutte le autorità competenti: «Il cromo esavalente in concentrazioni superiori ai limiti normativi è presente solo nei piezometri interni al sito ma è presente in concentrazione più che doppia rispetto al limite anche nel piezometro più a valle idrogeologica (l’SP35, ndr). Tale piezometro era stato individuato nel Piano di caratterizzazione come ipotetico punto nel quale l’ente di controllo avrebbe dovuto verificare la conformità delle Concentrazioni soglia di contaminazione». Così, accompagnati da Giuseppe Spagna, responsabile della gestione del centro Enea, al cui interno si trovano le due strutture, ci siamo recati sui presunti «luoghi della contaminazione». Ed abbiamo verificato che nel capannone ex Magnox non c’è più traccia di attrezzature per la fabbricazione di barre della società Combustibili nucleari. All’interno solo uffici.

L’«indiziato di reato» n. 1 dell’inquinamento, però, è al suo esterno sotto forma di un serbatoio e tubature da cui, si presume, sarebbero fuoriusciti gli inquinanti. Tubature messe allo scoperto da Enea proprio per verificare se vi fossero state perdite evidenti. Cosa che non è stata accertata. Sarà possibile dire la parola fine sul «giallo» solo dopo la rimozione che, si spera, possa avvenire entro il maggio 2018. Il pozzetto SP35, invece, è proprio al confine sud del centro, lungo la strada periferica. Dieci metri a valle e siamo fuori dal perimetro del sito. E la falda idrica non ha confini.

FONTE: FILIPPO MELE – LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

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