Di Giuseppina Stigliano
Una piazza gremita, le luci soffuse della sera, le note intramontabili degli anni Sessanta e Settanta e un pubblico che, da semplice spettatore, si è trasformato nel vero protagonista della serata: i riflettori si sono accesi a Viggiano, città dell’arpa e della musica, non su artisti o musicisti di chiara fama o celebri e noti personaggi del mondo dello spettacolo, ai quali ormai il cartellone estivo ci ha abituati, ma su una comunità, non spettatrice, bensì attrice dello spettacolo!
Un esempio di superamento della tradizionale distinzione tra chi guarda e chi agisce: il pubblico non più osservatore passivo, ma partecipe della costruzione dell’esperienza, diventato esso stesso performer e influencer della narrazione.
Collante della serata non solo la musica, ma il racconto condiviso tra spettatori e narranti, della comunità viggianese dal 1960 al 1980, attraverso la proiezione di alcune foto dell’epoca raffiguranti scene di vita quotidiana del paese: il primo albergo, il gruppo folk, il calcio, il cinema, la comunità australiana, il culto della Madonna nera, sagacemente commentati dai due conduttori, la cui diversa appartenenza – generazione boomer e generazione zeta-ha potuto favorire un divertente dialogo generazionale.
Il coinvolgimento del pubblico, nato dal senso di appartenenza alla comunità, si è manifestato nel corso della serata quando si sono manifestate alzate di mano, tese a rivendicare la propria identità svelata nelle foto dai conduttori: segni, al contempo, di una fruizione e gestione democratica dei momenti della serata.
In fondo, la vita di un paese è fatta di storie custodite nella memoria della gente comune, tra i vicoli, nelle piazze, nelle case e nei racconti di chi ha vissuto quegli spazi e quei luoghi, e al contempo, del compiacimento che si prova nella commemorazione degli stessi.
Tra applausi, sorrisi e qualche lacrima di commozione, lo spettacolo di ieri sera ci ha ricordato che non siamo algoritmi, che ognuno di noi si porta dentro un pezzo di vissuto personale che si compone e si incastra con quello del concittadino, in un unico puzzle, e mettere insieme questi pezzi significa costruire un’arma comune e potente contro lo spettro dell’ omologazione culturale e contro il rischio di perdita cui sono esposte le nostre tradizioni; mettere insieme questi pezzi, significa rafforzare l’identità di una collettività.











