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La sostanza economica pesa più dell’indirizzo a Dubai

Una società negli Emirati con licenza, sede e conto in regola può essere considerata italiana dal fisco italiano. Succede quando dietro i documenti non c’è una vita economica reale, e le decisioni continuano a essere prese da un ufficio di Padova o di Torino. È il punto che studi come Daniele Pescara Consultancy, che seguono imprenditori italiani sull’asse fra Italia e Dubai, mettono al centro del lavoro: la differenza fra una struttura che regge e una che crolla al primo controllo si chiama sostanza, e si costruisce con fatti concreti, non con un indirizzo.

Cosa guarda il fisco italiano in una società estera

La residenza fiscale delle società in Italia è regolata dall’articolo 73 del TUIR, riscritto dal D.Lgs. 209/2023 con effetto dal 2024. Una società si considera residente in Italia se, per la maggior parte del periodo d’imposta, ha nel territorio dello Stato la sede legale, la sede di direzione effettiva oppure la gestione ordinaria in via principale.

La sede di direzione effettiva è il luogo in cui si prendono in modo continuativo e coordinato le decisioni strategiche che riguardano la società nel suo complesso. La gestione ordinaria è il luogo in cui si svolgono in via principale gli atti della gestione corrente. Non conta dove è registrata la società, ma dove viene guidata e amministrata di fatto.

Ne deriva una conseguenza semplice. Se l’imprenditore vive in Italia, convoca le riunioni in Italia, firma i contratti in Italia e gestisce la società dal proprio computer di casa, la società emiratina rischia di essere trattata come residente in Italia, con tutto ciò che ne consegue in termini di imposte e sanzioni. È la situazione che nel linguaggio comune viene chiamata esterovestizione.

Gli elementi che fanno la sostanza

La sostanza non si dimostra con un singolo documento, ma con un insieme coerente di elementi. Il primo è la presenza delle persone che decidono. Gli amministratori devono vivere o comunque operare stabilmente negli Emirati, e le decisioni rilevanti devono essere prese lì, con verbali e documenti che lo attestino.

Il secondo è la struttura operativa. Un ufficio adeguato all’attività svolta, personale quando l’attività lo richiede, contratti di fornitura e servizi locali. Una scrivania condivisa può essere sufficiente per alcune attività di consulenza, ma difficilmente regge per una società che dichiara volumi importanti o operazioni complesse.

Il terzo è la coerenza dei flussi. Clienti, fornitori e pagamenti devono corrispondere all’attività dichiarata. Una società emiratina che fattura soprattutto a clienti italiani seguiti dalla stessa persona che li seguiva prima dall’Italia offre un quadro poco convincente.

Il quarto riguarda la persona del socio. Per un imprenditore che si trasferisce, la propria residenza fiscale si valuta con criteri altrettanto concreti: dal 2024 contano anche il domicilio, inteso come il luogo delle principali relazioni personali e familiari, e la presenza fisica in Italia per la maggior parte dell’anno. L’iscrizione all’AIRE, da sola, non basta.

Un caso tipico aiuta a capire. Un consulente trasferisce la propria attività in una società di free zone, ma la famiglia resta in Italia, lui passa a Dubai pochi giorni al mese e continua a seguire gli stessi clienti italiani con le stesse modalità di prima. Sulla carta la società è emiratina; nei fatti, direzione, gestione e relazioni restano in Italia. È esattamente il profilo che un controllo tende a ricostruire, partendo da elementi semplici come i viaggi, le utenze, i contratti e la corrispondenza.

Quando due Paesi considerano residente la stessa società o la stessa persona, entra in gioco la convenzione contro le doppie imposizioni fra Italia ed Emirati, che prevede criteri per risolvere il conflitto. Anche lì, però, a decidere sono i fatti: dove si trovano le persone, dove si prendono le decisioni, dove si svolge la vita economica.

Perché la sostanza serve anche negli Emirati

Della sostanza si occupano anche gli Emirati, dove il sistema è diventato più esigente. Le banche, prima di aprire e mantenere un conto, verificano chi c’è dietro la società, da dove arrivano i fondi e se l’attività è reale. Una struttura vuota rischia richieste di documentazione continue e, nei casi peggiori, il blocco del conto.

Dal 2023, inoltre, gli Emirati applicano una corporate tax federale, con regimi agevolati che in molti casi dipendono proprio dalla presenza di un’attività reale e qualificata. La stessa sostanza che protegge l’imprenditore in Italia diventa quindi un requisito anche per beneficiare delle condizioni previste localmente.

Da dove partire

Il lavoro più utile si fa prima della costituzione. Significa chiedersi dove vivrà davvero l’imprenditore, chi prenderà le decisioni, quali clienti seguirà la nuova società e con quale organizzazione. Le risposte determinano la scelta della giurisdizione, il tipo di licenza, la dimensione dell’ufficio e i tempi del trasferimento personale.

Dopo la costituzione serve continuità: verbali delle decisioni, contabilità tenuta negli Emirati, documentazione della presenza fisica, rapporti bancari e commerciali coerenti. È un archivio che si costruisce giorno per giorno e che diventa decisivo il giorno in cui qualcuno chiede di vederlo.

Il passaporto timbrato, il contratto d’affitto e il calendario delle riunioni del consiglio, messi insieme, raccontano dove vive una società. L’indirizzo sulla licenza ne è solo la prima riga.

 

Foto copertina articolo: Home Station Real Estate da Pixabay

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