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Ignoti militi. Il ricordo di una tragedia immane sia monito per la pace tra i popoli


Se non lo si considera un monito, l’Ignoti militi animerà sentimenti sovranisti e nazionalisti, e terrà lontano dalla civiltà il ripudio della guerra come soluzione alle discordanze tra popoli.

La scelta di Maria Bergamas fu il risultato della lacerazione d’animo di una mamma che non rivide mai più il figlio; che cadendo esausta, davanti alla decima bara, segnò, ad imperitura memoria, quella che sarebbe finita nel sacello del Vittoriano.

Undici bare, con i resti dei militi sul campo, raccolti per volontà del Parlamento che il 4 agosto 1921, ad unanimità, licenziò quella che va sotto il nome di Legge sulla <<sepoltura della salma di un soldato ignoto>>. La commissione all’uopo istituita per lo scopo, composta da medaglie d’oro d’ogni grado, individuò i resti di undici italiani identificati cercando in undici luoghi del fronte dove si combatterono le più cruente ed aspre battaglie: Rovereto, Altipiani, monte Grappa, Dolomiti, Montello, il Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, monte San Michele e Castagnevizza del Carso. Salme che non avevano il minimo indizio per essere identificate.

Maria Bergamas, mamma di Antonio, irredentista che disertò l’esercito austroungarico per combattere con quello italiano, fu condotta davanti alle undici bare di quercia all’interno della Basilica di Aquileia, ivi passandole in rassegna, si accasciò al suolo davanti al decimo feretro, mentre tutti piangevano. Fu quello il feretro scelto a rappresentanza di tanti rimasti senza nome. Fu caricata su un affusto di cannone ed issata su un carro funebre ferroviario su cui campeggiava la scritta dei versi del quarto canto dell’Inferno di Dante: […] L’ombra sua torna, ch’era dipartita [..].

Il viaggio verso Roma durò dal 29 ottobre al 2 novembre 1921. Passò per Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi, Orvieto, transitando a passo di marcia per consentire al popolo di omaggiare il Soldato. Il Convoglio, il 2 novembre, si fermò a Portonaccio, quivi la cassa del Soldato Ignoto fu caricata e portata in corteo verso la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri per le esequie solenni.  La mattina del 4 novembre la bara venne caricata su un affusto di cannone e, trainata da sei cavalli, giunse all’Altare della Patria. Davanti la banda dei carabinieri e dieci vedove e dieci madri di caduti. Seguita da ministri, senatori, deputati e generali. All’Altare della Patria c’era il sovrano e la famiglia reale, Ivanoe Bonomi quale capo del governo e le rappresentanze diplomatiche dall’estero.  Quando la bara venne condotta verso l’Altare della patria venne fato risuonare il rullo dei tamburi: onore tradizionalmente riservato alle esequie dei principi sabaudi e che fu ripresa per ordine di Vittorio Emanuele III. L’epitaffio dettato da Vittorio Emanuele III in persona: << Ignoto il nome – folgora il suo spirito – dovunque è l’Italia – con voce di pianto e d’orgoglio – dicono innumeri madri: è mio figlio>>.

Così si conclude la commemorazione – ope legis – di un ignoto italiano che ha donato la vita per mantenere, al netto del ventennio fascista, confini di libertà e di vita civile. Ma quante madri e quanti fratelli del Sud non hanno potuto inginocchiarsi al passaggio del convoglio funebre?  Furono in molti, senza voler dare ragione al revisionismo risorgimentale, i figli del Sud a dare la vita per una patria che si gonfiava – altrove, in un altrove che non lo si sentiva proprio, – della pressione di invasori che furono tenuti a bada dal sacrificio di oltre seicentomila morti e circa un milione di mutilati ed invalidi.

Roma, con Piazza Venezia, divenuta il punto centripeto di un popolo che si scoprì nazione dentro il fango delle trincee sotto il freddo delle Alpi ed il crepitio delle mitragliatrici, rimase comunque lontana per i contadini al di qua del Garigliano. Per questo credo che,  mai come al Sud, il valore della memoria sia più simbolo per un monito di pace che ricordo di un sacrificio per una tragedia che mise in ginocchio un intero Paese.

Gianfranco Massaro – Agos  

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