Visioni di marzo: in uscita nelle sale il nuovo film di Agnès Varda

di Michela Castelluccio

Ci sono frasi fatte o cliché linguistici che, pur fungendo da automatismi anche di scrittura, in certi casi si rivelano assai efficaci, designando persino un significato nascosto. Ciò accade letteralmente in Visages, Villages, un documentario francese di Agnès Varda, memorabile fin dalle prime scene. Non solo i volti si distendono sui paesaggi rivelandone l’anima, ma diventano in toto un corpo unico, specchio dell’identità di un luogo e della sua storia. Proprio a partire da questa sovrapposizione di visi e villaggi, una signora novantenne è mossa dalla voglia di scoprire la realtà che si nasconde, e lo fa insieme ad un giovane street artist, accompagnandolo in un tour de France, a bordo di una strana vettura, un furgoncino photomaton. Agnès Varda è, oggi, una sempre allegra veterana del cinema, dall’eccentrica acconciatura che i suoi nipoti amano così tanto, da volerla ribattezzare “Mamie Punk”; il suo film è il coronamento di un’intera vita consacrata all’originalità, che le ha fruttato l’Oscar onorario per una carriera lunga e straordinariamente libera. “Il caso è sempre stato il mio migliore assistente”, è questo uno dei segreti della produzione artistica di Agnès, forse quello a cui dobbiamo il crollo del confine tra fiction e documentario. Protagonista di Visages, Villages è JR, 33 anni, a impatto un tipo dall’identità schermata da cappello e occhiali da sole, ma nella realtà è un fotografo di strada, reso celebre dai ritratti giganti che incolla sui muri della città, col solo scopo  di restituire gli spazi a chi li abita. Agnès e JR si imbattono in un percorso insolito, lungo le vie meno battute del paese per incontrare sconosciuti – giacché “ogni volto racconta una storia” – che saranno poi immortalati in enormi fotografie, da esporre come murales sulle facciate dei fabbricati. Dei due si può dire che è l’incontro di generazioni lontane: toccano il loro punto di incontro mediante un passaggio un po’ deleuziano di quella ambizione tutta umana “dell’incrociare uno sguardo ed essere incrociato da esso”. Entrambi danno forma ad una lettera d’amore alla vita della gente comune e, come fosse una raccolta di appunti, questo road movie procede liberamente, passando da una riflessione sulla dignità del lavoro all’amara constatazione della volubilità dell’amicizia. Non manca neppure una malinconica riflessione sulla natura effimera dell’immagine fotografica, del cinema e della nostra esistenza e, a continuare, eccellenti inquadrature ai visi di gente, insieme a borghi dimenticati. Scene che, nella loro instantanea particolarità, i due protagonisti cercano di fissare alla memoria, prima di lasciarle lungo il loro cammino. Si tratta, dunque, più che un documentario, un progetto etnografico di carattere personale della regista, con connotati teorici ma con lo spirito semplice e scanzonato che commuove e sorprende. Un film inedito, visioni nuove, il tutto pensato per la voglia di meravigliarsi.

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