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UIL: come cambia il lavoro nell’era del Covid

La Uil oggi nel Consiglio Confederale nazionale si è interrogata su come cambia il lavoro nell’era del Covid. Al centro del dibattito un approfondimento sul lavoro che cambia durante e dopo il Covid, attraverso la presentazione del lavoro fatto dalla UIL in collaborazione con l’Associazione Lavoro & Welfare, presieduta dall’On. Cesare Damiano e con il gruppo di studio del Dipartimento di Sociologia dell’Università La Sapienza coordinato dal Prof. Domenico Carrieri, che hanno presentato e illustrato gli esiti al Consiglio.

I risultati della ricerca. Il primo dato è quello  relativo al livello di incertezza: soltanto il 18,8% dei lavoratori autonomi e dipendenti si ritiene al sicuro, con un basso livello di incertezza; il 56,2% esprime un livello di incertezza medio e il 25% un livello alto. Questo dato rappresenta e rappresenterà, purtroppo, il male oscuro della società contemporanea, sempre più caratterizzata da cambiamenti repentini che nessuno pare in grado di indirizzare e di governare. La ricerca ha messo anche in evidenza l’emergere di una priorità per i lavoratori: la garanzia dell’occupazione. Infatti, alla domanda “Che cosa vorrebbe dai sindacati?”, il 27,3 degli intervistati risponde «più impegno per l’occupazione». Dunque, gli effetti sociali, economici, occupazionali e psicologici della pandemia li potremo misurare con il tempo ma, fin d’ora, possiamo presumere che lasceranno un segno profondo.

Le conclusioni sintetizzate dal segretario regionale Vincenzo Tortorelli.  Le misure straordinarie e inedite di tutela e di investimento che l’Europa sta mettendo in campo accanto ai singoli Paesi, avranno bisogno del ruolo di orientamento e della capacità di concretizzazione delle parti sociali. È l’occasione per un cambiamento profondo del paradigma dello sviluppo, dopo il palese fallimento delle politiche neoliberiste che hanno pesantemente contribuito a diminuire le difese sociali. Un welfare sanitario, previdenziale e assistenziale pesantemente compromesso da tagli forsennati in nome dell’equilibrio di bilancio, ha indebolito e reso fragile la capacità di difesa del Paese, non solo del nostro. La pandemia lo ha messo chiaramente a nudo. Adesso si tratta di reinventare un modello di Società con un sapiente e lungimirante utilizzo delle risorse, a partire dal Next Generation EU. L’economia, a livello globale, è alla ricerca di nuove coordinate: la green economy, la digitalizzazione, le infrastrutture materiali e immateriali costituiranno gli asset fondamentali della crescita. Ma una scelta di riformismo radicale non potrà prescindere da investimenti forti e qualitativi sul welfare di nuova generazione. Si tratta di una sfida importante che obbligherà tutti ad abbracciare nuove convinzioni e a trovare nuovi orizzonti. Inoltre una società e un mondo del lavoro in continua e veloce evoluzione hanno bisogno di una buona flessibilità nel welfare e nel mercato del lavoro e di una formazione continua e di qualità per i lavoratori. Nell’economia sostenibile vediamo la possibilità di migliorare la qualità del lavoro, la riduzione dei rischi ed il miglioramento della sicurezza, immaginando il generarsi di nuova occupazione, specie per le nuove generazioni, anche ricalibrando settori in crisi e individuando settori emergenti. Ci troviamo a dover costruire il nostro futuro e la pandemia ci costringe a farlo subito. Noi immaginiamo che questo vada fatto in modo diverso, con principi diversi, sperimentando anche soluzioni e idee che fino ad ora sembravano irrealizzabili. Ci vogliono coraggio e responsabilità e noi siamo pronti ad affrontare questa importante sfida.

Tutele. Una nuova articolazione delle tutele potrebbe essere così concepita: una riforma degli ammortizzatori sociali, a partire dalla semplificazione dell’attuale modello di Cassa Integrazione (CIG, CIGS, CIGD e FIS), da erogare ai lavoratori e che sia collegata al blocco dei licenziamenti per le aziende che la utilizzano; una indennità di disoccupazione a copertura dei periodi di transizione da un lavoro a un altro nell’ottica del patto di servizio e delle politiche attive, che preveda la disponibilità del lavoratore al reimpiego; contributi figurativi previdenziali nei periodi di disoccupazione per evitare il binomio lavoro povero (originato dalle basse retribuzioni sommate alla precarietà) e pensione povera a causa di contributi insufficienti; una rimodulazione-riduzione dell’orario di lavoro con l’utilizzo del Fondo Nuove Competenze che finanzi gli accordi aziendali che prevedono, nell’ambito dell’orario di lavoro, la formazione dei lavoratori e l’individuazione dei nuovi skill professionali; la fissazione di un “pavimento” di diritti universali per tutte le tipologie di lavoro (livelli salariali definiti dai contratti leader, equo compenso, tutele per maternità, malattia e infortunio, ecc.), considerato il progressivo superamento della distinzione tra lavoro dipendente, parasubordinato e autonomo; regolazione contrattuale dello smart working; un diritto individuale alla formazione permanente.

Una moderna rete di protezione del lavoro e uno Stato sociale inclusivo – conclude Tortorelli – sono la giusta risposta per uno sviluppo di qualità. I dati emersi dalla ricerca lanciano a tutti noi un segnale d’allarme che va colto dalla politica ma, soprattutto, dalle parti sociali per svolgere la loro funzione di protagoniste attive e responsabili di proposte che impediscano la crescita delle disuguaglianze, sconfiggano il senso di incertezza e sostengano la crescita occupazionale. Obiettivi che rappresentano le richieste fondamentali del tempo presente e alle quali è necessario fornire risposte adeguate attraverso il dialogo sociale e la contrattazione.

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