Tempa Rossa ed occupazione, alternativa zero; questo sembra emergere per quanti agognano un lavoro

C’è una condizione del mercato che pone alcuni soggetti in posizione di dominio. E’ il caso del monopolio, dove il monopolista si trova ad essere l’unico produttore/venditore di un bene, e quando quel bene non è tra l’elenco dei beni primari anche il monopolista deve fare i conti con il sacrificio che è disposto a sopportare il compratore; è il modello della domanda e dell’offerta dove all’aumentare del prezzo diminuisce la domanda del bene ed al diminuire del prezzo aumenta. C’è, poi, l’altra faccia della medaglia di quella condizione di dominio ed è il monopsonio, qui invece di esserci un unico produttore/venditore, troviamo un unico compratore. In entrambi i casi c’è uno svantaggio per la base, per i cittadini, per quelli che acquistano che, nel caso del monopolio, pagano di più ciò che in un mercato libero costerebbe certamente di meno; nel monopsonio vendono a meno ciò che in un libero mercato potrebbero vendere ad un prezzo maggiore.

Ma il punto di riflessione lo vorrei fare sull’aspetto del rovescio della medaglia del dominio di un mercato; del monopsonio riferendolo al lavoro, al fattore della produzione che aspetta di essere comprato ovvero a quanti aspettano di poter vendere la loro prestazione: operai, tecnici, intellettuali di concetto ed altri che potrebbero soddisfare il primario bisogno che troviamo nella piramide di Maslow.  Veniamo, dunque, alle storture determinate dai domini ma analizziamo anche il perché delle situazioni dove c’è chi domina. Da noi, in questa valle sconosciuta anche ai più curiosi antropologi del secondo dopoguerra, la stortura significa avere lo spettro della disperazione che incombe se o semmai non si ha la grazia di poter andare a lavorare alla TOTAL, dove per TOTAL significa qualunque attività connessa e collaterale alla costruzione del centro olio: che sia moviere, che sia facchino e su su fino ad arrivare ai pochissimi tecnici che scorrazzano nel falso piano di Tempa Rossa.

Che cosa abbiamo da dire a quanti sgobbano nelle università più disparate d’Italia? che cosa dobbiamo dire ad un giovane Laureato plurimasterizzato e ottima conoscenza della lingua Inglese? che cosa dobbiamo dire ai geometri ed ai periti chimici? che cosa dobbiamo dire ai saldatori, ai carpentieri, ai manovali, agli autisti? Che cosa dobbiamo dirgli in alternativa al potere dell’unico compratore del Fattore Lavoro? Possiamo dirgli di battersi affinché siano sospese senza se e senza ma le attività estrattive perché qui il futuro significa turismo o, forse, agricoltura; possiamo dire questo? Credo di no ma la colpa non è di TOTAL, resta chiaro; politiche sbagliate che affondano le radici nel passato politico di questa Regione, oggi ci mettono in una condizione di svantaggio rispetto al panorama occupazionale. Ma se invece costruiamo il futuro di questa Terra con le industrie, nell’industria e nella capacità di spendere tutte le risorse intellettuali locali per monitorare, controllare, coordinare e sviluppare l’economia che sia capace di stare in armonia con altre attività possibili?  Chiudiamo gli occhi e, dopo aver sgomberato la mente da ogni pensiero, immaginiamo questa parte centrale della Basilicata senza il lavoro proveniente dalle attività legate a Tempa Rossa, ci accorgeremo di essere deboli nei numeri, nelle aspettative e nella reale mancanza di alternative siamo, in sintesi, nella condizione che viene definita a costo alternativo molto basso.

Ora io non voglio dire che dobbiamo evitare di disturbare il manovratore ma di fronte alla paventata possibilità che la TOTAL Italia abbandoni i suoi programmi industriali in quest’area e decida di bloccare o di cedere la concessione occorre fare una riflessione seria:  in entrambe le ipotesi delle decisioni della company Francese saremmo di fronte ad una crisi dagli effetti devastanti per quest’area, perché, in funzione di quella mancanza di alternativa di cui testè, avremmo uno stallo occupazionale dalle dimensioni catastrofiche. Dov’è l’errore?” É la politica, i cambiamenti che abbiamo voluto o la deriva che ci ha portato a questo punto? Cosa penserà il giovane che sta dentro i saloni da convegni più per farsi vedere e molto meno per interesse rispetto alla sua istanza di una vita migliore? Cosa dirà l’agricoltore che è stato incentivato a resistere perché, con il tempo, avrebbe avuto ragione dei suoi sacrifici? Cosa dirà l’albergatore che ha investito in attesa di accogliere le frotte di tecnici ed operai dell’indotto petrolifero ed anche, a seguire in futuro più o meno lontano, i turisti passeggiatori attratti dagli ameni paesaggi lucani pur calanchivi ed avari (come descriveva Carlo Levi) ma affascinanti con il loro disincanto improduttivo? Cosa dirà il giovane medico, avvocato, ingegnere, biologo, geologo, meccanico, gommista, carrozziere che ha deciso di restare qui e viverci sperando in infrastrutture che avrebbero dato slancio alla regione consentendo di vivere con le stesse possibilità di frequentare, ad esempio, il “teatro” come gli omologhi Potentini, Materani, Baresi, Salernitani etc.?

A cosa sono serviti i convegni sulle politiche agricole comunitarie? E quelli sullo sviluppo dell’agriturismo? E l’ospitalità diffusa? I patti per e con i giovani? Le agognate infrastrutture che hanno fatto da cornice a molte campagne elettorali? Le innovazioni e i cambiamenti epocali? I Parchi e la cultura?

A questo punto non ci resta che decidere di prenderci lo sviluppo legato alle evoluzioni industriali ma partecipando ovvero seguendo la filiera costruttiva con le intelligenze locali coinvolgendole nella parte scientifica, tecnica, operativa e terziaria; spendendo le energie buone, accademiche, operative e politiche per stare dentro lo sviluppo in maniera attiva affinché, parlando di trasformazioni del territorio, non ci si esprima più in terza persona. La politica locale si faccia carico di snellire le procedure sentendosi parte e non controparte del processo in atto, perché non stiamo per assistere al passaggio dell’ultimo treno, stiamo limitando i danni provocati dalla scia del treno che è già passato; e la sensazione è che stavolta sia veramente l’ultimo dei treni che toccavano a questa parte della Basilicata.

Gianfranco Massaro – Agos

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