di Mimmo Sammartino (*)
– Anselmi Federica.
– Presente.
– Anselmi Fernanda.
– Presente.
– Battisti Bruna.
– Presente.
– Carpene Dolores e Carpene Giovanni.
– Ci siamo.
– Presa Luciano.
– Presente.
– Presa Clementina.
– Presente.
Qualcuno della classe purtroppo manca. E non per sua volontà. Anche il maestro Gianni Faé non c’è. Ma, in quest’aula, la sua presenza si avverte. Si sente vivo il segno lasciato da un insegnante colto, appassionato, sperimentatore, che nessuno di loro ha mai dimenticato. Un maestro e un poeta che da bambino si era seduto negli stessi banchi, nella stessa aula nella quale poi ha insegnato con un’idea di scuola che a molti, a suo tempo, dev’essere apparsa persino bizzarra.
La presenza del maestro Faè si respira fra le mura di questo istituto di periferia sorto ai piedi delle Prealpi del Veronese. E non solo perché sono lì, a portare il suo ricordo, i figli Aspreno e Massimo, ma perché nella scuola “Piccola Europa” di Sant’Andrea di Badia Calavena, il 5 febbraio del 2025, sono di nuovo venuti a sedersi i suoi bambini. I bambini incisori che, a metà degli anni Cinquanta, con le loro illustrazioni ai versi dei poeti ermetici (Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti, Leonardo Sinisgalli) e con le cronache riportate su Piccole Dolomiti, il giornalino scolastico, diventarono un caso che destò meraviglia, curiosità e interesse sul piano nazionale e internazionale.
Ritorno. Quei bambini sono tornati nel luogo del principio. Sono tornati con le lacrime agli occhi per l’emozione e con la consapevolezza dei loro ottant’anni. Li ha chiamati, uno a uno, Clementina Presa, che è stata una di quegli scolari, prima di diventare, a sua volta, maestra.
E così sono venuti in quella che è stata la loro vecchia classe e che adesso li ha accolti con le parole del sindaco Francesco Valdegamberi, della maestra Alessandra Daffini, di Vito Massalongo, già maestro e ora presidente del Curatorium Cimbricum Veronense. Con la testimonianza e l’opera di Marco Corsetti e Chiara Mammarella di Else edizioni, la cui casa editrice, a distanza di settant’anni, ha riproposto il prezioso volumetto con le illustrazioni alle poesie dei poeti ermetici pubblicato, nel 1957, da Vanni Scheiwiller. Tra il pubblico, c’è anche l’archeologa veronese Federica Candelato, che si è molto appassionata a questa vicenda. Fu lei che, insieme a Clementina Presa, nel 2018 si è recata a Montemurro, il paese di Leonardo Sinisgalli, a raccogliere quella memoria.
E proprio da Montemurro, paese della Lucania (così distante dalle Prealpi venete) e sede della Casa delle Muse, sono arrivati Biagio Russo, autore del volume “Leonardo Sinisgalli e i bambini incisori”, e la rappresentanza della Fondazione Leonardo Sinisgalli, il poeta-ingegnere che per primo riconobbe e sostenne il laboratorio didattico realizzato, in quella remota scuola di campagna, da Faè e dai suoi fantastici alunni. Donò loro, tra l’altro, un torchio e una piccola tipografia.
Sono venuti qui tutti perché era giusto rendere omaggio a una storia. Alla dignità e al coraggio di un’esperienza di scuola e di umanità. All’impegno profuso per il riscatto sociale di chi, orfano di opportunità, partiva da condizioni di svantaggio.
La sapienza nelle mani. Così loro, i “bambini ottantenni”, sono tornati lì dove tutto è cominciato. Sono tornati con gli sguardi stupiti di chi d’improvviso si rende conto che l’esperienza vissuta, sempre ritenuta un’attività ordinaria, in realtà è stata qualcosa di speciale. Un percorso inconsueto per fare quello che si fa dappertutto – imparare a leggere, a scrivere e a fare di conto – ma in modo diverso.
Il maestro Faè ha attuato la sua missione di insegnante mettendo a valore l’inclinazione al disegno dei suoi bambini. Ha creduto e scommesso sulle loro abilità. A cominciare da quella di incidere con la rengaietta, un coltellino multiuso tramandato di generazione in generazione a servizio di una sapienza custodita nelle mani.
Faè conosceva quella storia e quelle abitudini. Le conosceva perché appartenevano anche alla propria storia. E il suo merito è stato quello di averne colto valore e potenzialità, per dare vita a una esperienza didattica capace di sperimentare inediti modelli educativi. Partendo proprio dalla vita concreta dei suoi scolari. Riconoscendo a loro, e alla loro cultura, la dignità di dire: esisto.
Brava Clementina. Come ebbe a scrivere Giulio Nascimbeni sul quotidiano “L’Arena” il 24 marzo 1955, commentando il lavoro del giornalino “Piccole Dolomiti”, questi ragazzini “scrivono, illustrano e stampano la storia di un paese di montagna”. E aggiungeva: “I bambini di Sant’Andrea certamente non sanno di essere poeti”.
“Il maestro Faé – ha ricordato Clementina Presa – ci ha insegnato non soltanto numeri e alfabeto, ma soprattutto a guardare il mondo oltre il confine delle nostre montagne. E anche a stare in ordine, a stare puliti. Cose che, all’epoca, non figuravano esattamente tra le nostre priorità”.
Faè era insegnante intelligente e generoso, capace di ironia.
Il ricordo di Clementina conferma queste sue qualità: “Mio fratello Luciano, molto bravo nel disegno e in aritmetica, “zoppicava” in italiano. Così, quando il maestro ci assegnava i compiti da svolgere a casa, ero io a scrivergli i temi. Il maestro li correggeva in classe. Ai compiti di Luciano puntualmente metteva un bel voto. E, accanto al voto, aggiungeva: ‘Brava Clementina’”.
Non lo sapevano. I bambini di Sant’Andrea, lo scorso 5 febbraio 2025, sono tornati a celebrare un’antica esperienza. La propria stessa vita. Ma quello stupore ci dice che, per loro, quella eccezionalità è stata una scoperta.
Loro non lo sapevano. Non avevano mai sospettato di essere stati i protagonisti di una sperimentazione straordinaria. Non lo sapevano o comunque non avevano mai dato importanza a quanto erano stati capaci di fare. In fondo, le incisioni con la rengaietta le avevano eseguite da sempre. Avevano intagliato, scolpito, inciso rami, bastoni. Trasformato canne in flauti e fischietti. Era l’attività che, dacché mondo è mondo, ha sempre riempito i silenzi e le solitudini dei frequentatori delle montagne. E per quei ragazzini era del tutto naturale continuare a incidere sul legno dei banchi di scuola. Incidevano il proprio nome o profili umani, forme di alberi, di animali, di automobili, di aerei, di navi. Anche cose mai viste, ma che anche loro erano capaci di sognare.
Il merito del maestro Faè è stato quello di riconoscere il talento custodito in quella pratica ordinaria per quei figli di contadini, pastori e artigiani. E, invece di respingerla o reprimerla, ha pensato che fosse utile e anche giusto metterla al servizio della loro capacità espressiva. Per esaltare la meraviglia, l’emozione, l’immaginazione che nascevano da uno sguardo sul mondo posto ad altezza di bambino. Uno sguardo che costruiva conoscenza. Un sapere che però si affermava non solo con il classico metodo di apprendimento. Non solo con l’imparare nozioni, ma anche attraverso il fare e il sentire.
Uno sguardo esterno contro l’oblio. Col trascorrere degli anni, però, quella formidabile esperienza sembrava essere precipitata nell’oblio. Relegata dai propri stessi protagonisti tra i residui polverosi dei ricordi più labili. Per poter essere riconosciuta nel suo valore e nella sua formidabile forza di sperimentazione didattica e umana, è stato pertanto necessario uno sguardo esterno. Uno sguardo capace di esaltarne la specificità e restituirne il racconto.
Quel racconto lo ha offerto Biagio Russo, con una puntigliosa ricerca, nel volume “Leonardo Sinisgalli i bambini incisori – Storia di un torchio, di un maestro, di una scuola e di un borgo negli anni Cinquanta” pubblicato nel 2018 dalla Fondazione Sinisgalli. Testo riproposto e aggiornato in questo 2025.
Quella storia oggi, per iniziativa dei bambini di settant’anni fa, ha potuto ritrovare voce e memoria. Ha ritrovato le parole per dirsi. Per dire l’esperimento fuori dai canoni realizzato da Faé con la sua scolaresca, quando l’opera quotidiana di una scuola di campagna poté trasformarsi in un modello esemplare di istruzione.
Imparare con l’arte. Fu quella una scuola capace di incrociare il mero apprendimento con i linguaggi della poesia e dell’arte. Soprattutto con l’arte del saper fare. Sinisgalli, affascinato dalla scoperta di quella incredibile realtà, ne scrisse sulla prestigiosa rivista di Finmeccanica “Civiltà delle Macchine” (da lui fondata nel 1953 e diretta fino al 1958) e sul settimanale “Il Mondo”, diretto da Mario Pannunzio.
L’esperienza diventò presto un vero e proprio caso. Le pubblicazioni che la riguardavano si moltiplicarono. Ne parlarono, tra gli altri, L’Arena, Il Tempo, Paese Sera, Il Corriere d’informazione, Il Popolo, la rivista dell’Eni Il Gatto Selvatico. Persino la stampa estera dedicò articoli alla scuola di Sant’Andrea (è il caso, ad esempio, di Neue Zürcher Zeitung, quotidiano pubblicato a Zurigo). Fu una rincorsa di interesse che coinvolse frotte di intellettuali. Tra loro, anche un giovane regista che si chiamava Federico Fellini.
Prese così forma la pubblicazione de “I bambini e le macchine” nella quale gli scolari di Faè illustravano gli utensili che appartenevano alla propria quotidianità: il pettine, le forbici, il fornello Agipgas, il macinino, la caffettiera, la macchina per cucire, il trattore, la macchina per l’arrotino, la sega circolare, il tornio, la mietitrice…
Ogni cosa, come ha osservato il poeta e critico d’arte Libero De Libero, negli occhi dei fanciulli diventava uno spettacolo straordinario. Pura meraviglia. Si giunse così, con Vanni Scheiwiller, alla pubblicazione de “I bambini e i poeti”. Lavoro che, sempre col suggerimento e la mediazione di Sinisgalli, interpretò i versi dei maggiori poeti del tempo attraverso il segno e i colori di quei ragazzini.
Cesare Zavattini, nella sua prefazione a quest’ultimo volume, il primo novembre del 1956, ha scritto: “Vedo i bambini incisori di Gianni Faè con le piccole braccia passare il rullo sul linoeum e i muscoli si muovono gentilmente sotto la pelle. Che fiducia nella vita in ogni loro gesto; ma sono così indifesi, perché noi vecchi negli ultimi dieci anni non abbiamo fatto più niente per orientarli a crescere contro di noi. Come lune navigavamo nel cielo lasciandoli soli”.
L’altra scuola. Esperienze didattiche fuori dell’ordinario c’erano state in quell’Italia che, con animo fiducioso nel futuro, cercava di riemergere dalle macerie materiali e morali del secondo dopoguerra. Restavano esperienze eccezionali, realizzate da persone speciali, ma c’erano state. Accomunate dal rifiuto di un modello autoritario e sordo ai sogni e ai bisogni dei propri discenti, immaginavano una scuola che, a differenza di quella ufficiale, non si compiaceva di esaltare i più “bravi” (quelli che normalmente partivano da condizioni sociali di vantaggio) per discriminare coloro che provenivano da situazioni sociali e culturali disagiate, prive di mezzi e opportunità.
La scuola che cercavano di realizzare era insomma una scuola fondata sull’accoglienza. Capace di riconoscere e rispettare la dignità di ciascuno e mettere a valore i talenti e le abilità di tutti. Una scuola che credeva nel proprio dovere di offrire a ogni alunno una possibilità di riscatto sul piano culturale e su quello sociale.
Su questo solco nacque la scuola di Barbiana, con la guida di don Lorenzo Milani. Era la scuola dell’ “I care” (mi riguarda, mi sta a cuore), l’esatto contrario del dannunziano “me ne frego”, parola d’ordine in voga nel ventennio fascista.
O anche la scuola che Mario Lodi, insegnante, pedagogista, scrittore, realizzò a San Giovanni in Croce e a Vho di Piadena (nel Cremonese). Anche questa, una scuola impegnata a esaltare la creatività dei propri ragazzi, seguendo l’impostazione innovativa indicata dal pedagogista francese Célestin Freinet.
Tra gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, nella periferia romana prendeva corpo anche l’esperienza didattica messa in pratica dal maestro Bruno D’Angelo (raccontata da Albino Bernardini nel libro “Un anno a Pietralata” e riproposta in televisione, nel 1973, con lo sceneggiato “Diario di un maestro”, interpretato dall’attore Bruno Cirino). Mentre, nella televisione in bianco e nero e a canale unico, tra il 1960 e il 1968, il maestro Alberto Manzi dava vita alla trasmissione “Non è mai troppo tardi”. Con le sue lezioni e i suoi disegni tratteggiati col gesso sulla lavagna, Manzi ha saputo riscattare dall’analfabetismo tantissimi italiani: un milione e mezzo di loro, grazie ai suoi corsi televisivi, riuscirono a ottenere la licenza elementare.
Rengaietta. Il metodo didattico applicato da Faè, anche rispetto a queste eccezionali esperienze, aveva però una sua geniale unicità. Un approccio specifico che ci descrive lui stesso con poche ma chiarissime parole: “Insegno disegnando, facendo disegnare e poi stampando”. Il suo segreto stava dentro al tentativo di tenere insieme pensiero, parola, arte e saper fare con le mani: questa era la caratteristica del suo sistema. Un laboratorio messo in piedi in un borgo di quattrocento anime, nel quale si era ancora obbligati a prendere l’acqua alla fontana e nelle case non era arrivata la corrente elettrica.
È dentro questa bella eresia che si declina l’incredibile avventura di un maestro visionario, di una scuola di campagna, di un gruppo di bambini talentuosi e di un coltellino ricurvo.
Ognuno dovrebbe avere la propria luce. I bambini, redattori in erba, nei loro resoconti sulle pagine del giornalino scolastico Piccole Dolomiti imparavano ad aprire lo sguardo. Spalancavano i loro occhi, anche soltanto fantasticando, sul mondo che si illuminava oltre gli orizzonti delimitati dalle gobbe dei loro monti. Li spalancavano sull’altrove e sul loro piccolo villaggio. Riflettendo sull’esistente e sulle mancanze. Su ogni accadimento che segnava lo scorrere dei giorni e delle stagioni: il lavoro, l’opera di uomini e bestie, le nascite, le morti, i desideri, le disillusioni. Su tutto ciò che scandiva la vita nella comunità. Erano le loro stesse parole, i loro disegni, le loro incisioni, a costruirla, giorno per giorno, quella comunità.
Scriveva uno degli scolari: “Nel nostro paese c’è un buon commercio di legname, ci sono due botteghe di generi alimentari, una di verdura e una di stoffe; quattro osterie, qualche trattoria e una macelleria; poi c’è un raccoglitore di uova e di polli. Molte contrade sono senza luce, alla sera devono illuminare la casa con una lucerna. L’anno scorso avevano detto che avrebbero fatto venire la luce dove manca; ognuno dovrebbe avere la propria luce”.
La cronaca del mondo. Ma come si può dare voce alla cronaca del mondo osservata con lo sguardo dei ragazzini? I bambini di Faè ne propongono un formidabile modello.
Un alunno racconta, ad esempio, ciò che succedeva, in un giorno di gennaio del 1955, nella sua piccola frazione: “Il giorno 28 gennaio, a Sant’Andrea, alle ore 9 circa, spirava il signor Tebaldi Pierino, abitante nella contrada Murari. Aveva guadagnato il pane per la sua famiglia soffrendo e lavorando e adesso che i suoi figli avevano da lavorare, è morto”.
Nel marzo del 1955, il piccolo Ugo Anselmi propone un resoconto dell’esito di “una bellissima battaglia” avvenuta davanti alla scuola dopo una imponente nevicata. Con qualche conseguenza per il maestro.
“Ieri 8 marzo il maestro e noi bambini durante la ricreazione abbiamo fatto guerra, noi bimbi contro il maestro aiutato dalle bambine. Cominciato la battaglia, noi bambini abbiamo sconfitto il maestro: io ho preso una palla di neve e l’ho tirata al maestro in un occhio che gli è diventato tutto nero: è stata subito finita la battaglia, perché il maestro è stato ferito gravemente. Io mi sono divertito molto”. L’occhio del maestro Faè, probabilmente, un po’ meno. Ma come non commuoversi dinanzi all’entusiastica sincerità del piccolo Ugo, peraltro reo confesso?
E, sempre a proposito di cronistorie sincere, ecco il ritratto che Maria Cunego traccia del papà e del nonno: “Mio padre fa il barbiere in paese: ha quattro rasoi e due spruzzatori per l’acqua e per lo spirito; ha forbici e due macchinette per tagliare i capelli e altri arnesi. Il lavoro non è abbastanza per mantenere la famiglia, deve andare a lavorare nella miniera della terra rossa”.
E ancora: “Mio nonno è il più vecchio del paese: ha 91 anni. Spesso mi racconta la sua vita, dice che quando era giovane faceva il contrabbandiere del tabacco. Ha passato una vita tribolata, ma ha goduto sempre di ottima salute. Anche lui poveretto non è stato molto intelligente perché nella sua gioventù non c’erano scuole. Ora vive con noi”.
Il tempo, la neve, l’inchiostro del calamaio. C’erano anche piccoli incisori addetti alle notizie che riguardavano il tempo. Erano i meteorologi della classe.
Questa la cronaca di Carmela Stoppele redatta nel dicembre del 1955: “In questo trimestre il tempo è stato abbastanza buono. La legna per il riscaldamento dei locali della scuola è stata mandata un po’ tardi e poi il Comune non ha ancora pensato a fabbricare il posto per metterla. Le stufe nostre sono vecchie e rotte; fanno sempre fumo. A causa della luce elettrica che non c’è mai, quando non era sereno, in aula non si poteva scrivere o studiare, specialmente nei giorni di nebbia”.
E, nel febbraio successivo (1956), gli fa eco il “bollettino meteorologico” firmato dall’alunno Ottavio Stoppele: “In questo mese ci sono state temperature polari in tutta l’Italia e in tutta l’Europa. Nel Veneto la città più fredda è stata Padova dove sono stati registrati 20 gradi sotto zero. La neve è caduta su tutta la penisola e anche a Ventimiglia c’è stata la neve in abbondanza. Il giorno 6, 7 e 8 c’è stato un vento fortissimo. In aula con la stufa accesa c’erano +5 gradi. Il giorno 10 e 11 e 13 qui da noi ha fatto la neve; in aula c’era 1 grado di freddo e l’inchiostro era ghiacciato nel calamaio…”.
Scrivevamo sulla corteccia delle betulle.
- Ramponi Remigia.
- Stoppele Ottavio.
- Torneri Palmino.
- Turra Giovanni.
I bambini di Sant’Andrea, la sera del 5 febbraio 2025, si sono alzati in piedi, come se stessero rispondendo all’appello di tanti anni fa. Come se fossero tornati, per un momento, nella loro mitica classe. Si sono commossi. Hanno ricordato quei giorni lontani. Sono tornati a rievocare remoti avvenimenti.
Dolores Carpene, prima di dieci fratelli e sorelle, ha rivelato il sogno coltivato quando era bambina. Un sogno rimasto irrealizzato.
“Facevo la giornalista di Piccole Dolomiti e mi piaceva. Scrivevo, scrivevo… Quando a scuola mancava la carta, scrivevamo sulla corteccia delle betulle. Avrei voluto continuare la scuola e fare la giornalista anche da grande, ma la mia famiglia non aveva la possibilità di far studiare tutti i figli. Così ha potuto proseguire gli studi solo un mio fratello, che è diventato medico. Io però me le ricordo ancora a memoria tutte le tabelline!”.
Il prosieguo dell’incontro di Sant’Andrea, il giorno 8 febbraio 2025, nella libreria VolumeBK, a Milano, non è stato meno avaro di sorprese.
Al termine della conversazione, ha sollevato la mano, timidamente, una ragazza seduta in quarta fila. Con tono sommesso, ha detto: “Vorrei ringraziare tutti per il ricordo che state facendo del nonno. Un nonno che io, purtroppo, non ho fatto in tempo a conoscere… Mi chiamo Linda Faé, figlia di Lamberto. Sono la nipote del maestro Gianni Faè”.
A Sant’Andrea era stato Aspreno, uno dei figli del maestro, a salutare gli intervenuti rivelando le poche parole vergate da suo padre il giorno in cui ha lasciato la scuola. Voleva offrire ai suoi ragazzi un ultimo insegnamento. Perché ciascuno di loro potesse serbarlo nel cuore e nella memoria.
“Lui ha voluto congedarsi con un semplice bigliettino. Un bigliettino rivolto ai suoi magnifici bambini. Su quel foglietto c’era scritto: ‘Ricordatevi sempre della vostra scuola e un pochino del vostro maestro’ ”.
(*) Direttore Fondazione Leonardo Sinisgalli




