Petrolio in Val d'Agri e Valle del SauroPrimo Piano

Sit in davanti ai cancelli di Tempa Rossa scoprendo due anime sensibili: Rosalind e Francesco



Domenica 8 dicembre 2019 mi reco, per poter raccontare la giornata, in Piazza Plebiscito a Corleto Perticara. Lì si sono dati appuntamento alcune organizzazioni ambientaliste contrarie allo sviluppo industriale che sta interessando il Mondo ed in particolare la Basilicata con l’imminente avvio del centro olio di Tempa Rossa.

La giornata è soleggiata così come lo è una bella giornata di dicembre che con la sua aria frizzantina ci restituisce un cielo terso ed un’aria fine. In Piazza c’è qualche sparuto cittadino “extracorletano”, un gruppo di gendarmi tra Carabinieri e Polizia Locale, una decina forse quindici. Qualche Corletano che ai margini della Piazza discute ed osserva con disincantata sufficienza. Ascolto involontariamente qualche commento davanti ai Bar e mi accorgo che i cittadini di Corleto guardano sorridendo se non addirittura con ironia le persone che man mano arrivano e si portano nel luogo del raduno, con le loro bandiere e striscioni in spalla.  Sembra un qualcosa di cui i Corletani non hanno alcun filo di collegamento, che si sia d’accordo o meno, con ciò che questo sparuto gruppo di idealisti vuole manifestare; sarà pure non rispondente alle aspettative dei cittadini dell’alto Sauro ma diamine, rifletto tra me e me, qualcuno che posa l’occhio per vedere cosa questi diranno anche per poter controbattere. Niente, niente di niente; come l’altra sera nella sala risorgimento: silenzio assoluto dopo aver ascoltato il tavolo regionale che ha illustrato lo scenario che sta per proporsi all’intero territorio dell’alto Sauro.

Dopo aver svolto alcune attività precipue alla mia presenza in piazza continuo ad osservare il movimento, saluto alcune persone e mi imbatto in una signora che distribuisce volantini con la dicitura di testa: COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV, in coda al testo la conclusione con le motivazioni del raduno ovvero ribadire di non accettare che i nostri paesi si trasformino in monopoli coloniali, né in principati delle multinazionali! LIBERE/I SI’, SCHIAVE/I MAI!

Di ritorno sulla mia via mi presento alla signora e le chiedo di poterla fotografare insieme al signore che rappresenta il coordinamento NO TRIV e lei di rimando e con un sorriso molto cordiale mi risponde – e lì capisco che non è italiana – certo, volentieri, con vero piacere, è mio marito. Wow, ho associato due soggetti intriganti senza conoscerne il filo che li lega; ho azzeccato in pieno la carica emotiva ed idealistica che sprizzano da ogni poro. Bene, tutto contento le dico che mi sarei presentato dopo qualche minuto vicino al loro striscione per la foto.

Arrivo davanti alla loro postazione e prima di scattare l’agognata foto scambiamo due battute; la signora mi appassiona sempre di più con la sua vitalità mista a dispiacere per ciò che il mondo sta subendo. Collega con disinvoltura intellettuale, oltre che con ferma capacità cognitiva e culturale, i fatti locali alle due settimane di Madrid e del COP 25 dell’ONU. Rammaricata della sua Australia che sta bruciando per via del riscaldamento globale e tante altre storture di un capitalismo che tutti riconosciamo aver superato la soglia di accettabilità ma che subiamo per via di quei bisogni che proprio il capitalismo ci ha imposto di soddisfare. Vi immaginate voi senza autovettura? O senza elettricità? O senza le vacanze? O senza un aereo che consente di raggiungere mete in tempi ragionevolmente brevi? O un mondo senza plastica e senza acciaio? Ma anche senza sintesi chimica che torna utile anche alla medicina? Sono bisogni irrinunciabili ma che stanno dentro paradigmi economici e sociali che poi ci tolgono altre risorse superando l’equazione della natura ed i cui effetti si vedranno solo nel lungo termine, cioè quando noi non ci saremo: J.M.Kynes, In the long run we are all dead (nel lungo periodo siamo tutti morti).



Pur essendo un convinto possibilista, verso l’industrializzazione e lo sfruttamento delle risorse per via dell’importanza che assumono per sostenere i progressi del mondo, resto affascinato dal loro sentire proprie le sorti di un qualcosa di immenso come il mondo, due figure semplici ed al contempo speciali come Rosalind e Francesco che con delicato fervore rappresentano le loro preoccupazioni per il mondo intero, per ciò che sarà tra oltre trent’anni ed oltre ancora. La poesia di saper prendere in carico questioni che, seppur contromano, vanno nella direzione dei nostri interessi; noi che siamo a favore del petrolio e del lavoro, che amiamo viaggiare in aereo ed andare in vacanza e che d’inverno utilizziamo il riscaldamento per stare al tepore casalingo durante le nevicate invernali.

Lei, le dico, mi sembra Patti Smith e con un sorriso senza confini mi rendo conto di averla resa felice perché la cantante Rock è il suo idolo. Hanno un’anima nobile e carica di idealismi e, se volgiamo, anche di utopia. Ma ci sta; chi è accorto alla vita sociale, chi ama la natura, chi si commuove davanti ad un panorama geografico immenso, chi non vuole disturbare la natura utilizzandola senza mai superarne le soglie dello sfinimento non può che essere così delicato anche davanti ad una piazza disarmante per la sua  “vuotezza”. Torno a casa e durante il viaggio mi sovviene la storia di un romanzo degli anni settanta. Ernest Callenbach (Ecotopia: i quaderni e le relazioni di Willam Weston) ci racconta di un reporter inviato dal giornale “The Post”, ”William Weston”,  che si reca ad Ecotopia, luogo nato dopo la scissione dagli Stati Uniti e dai quali rimane volutamente isolato.

Lì il giornalista con le sue rimesse giornalistiche e la cronaca giornaliera del come si vive e di come è organizzata la società racconta un mondo nuovo. Una società che limita il più possibile l’inquinamento, in cui ogni cosa viene prodotta affinché sia possibile riciclarla e riutilizzarla: un esempio sono le plastiche ecotopiane biodegradabili. Ma anche una diversa concezione di consumo, agricoltura, attività forestali e sviluppo industriale. Un’utopia a cui lui stesso mostrava tutta la curiosa spocchia del personaggio famoso proveniente dal mondo capitalistico. E nell’andare a caccia di difetti ed incongruenze, di questa società fuori dal comune, incontra Marissa  Brightcloud, che lo guida nel nuovo mondo fin tanto che questo scopre che un mondo diverso è possibile a tal punto che, preso anche dall’amore per Marissa,  rinuncia a rientrare negli Stati Uniti restituendo i suoi diari al direttore del giornale. Diari composti da articoli giornalieri ma anche di appunti collaterali mai pubblicati. Può farne ciò che vuole, bruciarli, archiviarli, con una preghiera: nel caso decidesse di pubblicarli farlo mantenendo la loro integrità descrittiva.  Ecco perché Rosalind, quando le ho chiesto da quanto tempo stesse in Italia mi ha risposto: troppo; forse perché non è più la Basilicata che la convinse a restare. Ma da questa risposta ho capito di avere di fronte una persona che non ha solo un cuore grande ed una carica idealistica molto spessa; ho capito di avere di fronte una capace di non arrendersi di fronte alle delusioni di una piazza vuota o a commenti sterili ed inconcludenti. Francesco e Rosalind entrambi docenti, l’uno al Liceo l’altra all’UNIBAS, hanno la delicatezza e la sorniona convinzione che se persegui una strada giusta potrai non arrivare sulla Luna ma almeno avrai camminato fra le stelle. Del resto, E. Galeano quando descriveva l’Utopia diceva: “l’Utopia è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’Utopia? Serve proprio a questo: a camminare”.  Questi due fantastici idealisti hanno il merito di camminare verso un orizzonte che sembra irraggiungibile ma che ci aiuta a soffermarci per riflettere sull’importanza e la bellezza del mondo; il loro cammino ci renderà migliori, se non altro per aver provato a dircelo che un altro modo di abitare il pianeta è possibile.

Che l’industria avanzi pure, ma sappiano che la Basilicata ha gente capace di sorvegliare.

Gianfranco Massaro – Agos

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