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Sfatato luogo comune: il capoluogo di regione non è tra i più cari d’Italia


Le graduatorie stilate dall’Unione Nazionale Consumatori sulle regioni e i capoluoghi di regione più cari di Italia smentisce un vecchio luogo comune secondo cui Potenza e i centri medio-grandi della regione sono tra i più cari. Non è così: la Basilicata per l’associazione di consumatori è ultima in classifica con una spesa aggiuntiva di 64 euro per una famiglia tipo di 4 persone a fronte del Trentino (Bolzano la città più cara d’Italia, seguita da Firenze e Genova) con 649 euro e penultima la Calabria (Reggio ) con 294 euro.

E’ il commento di Confesercenti Potenza che sottolinea la terziarietà dei dati diffusi, non di fonte nostra o di altra associazione di categoria.

Questo comunque – dice Giorgio Lamorgese, presidente Confesercenti Potenza – non significa certo che non risentiamo del calo dei consumi conseguente alle difficoltà delle famiglie potentine e con esso non avvertiamo le conseguenze che si scaricano sui titolari delle pmi del capoluogo, impegnati persino (quelli della ristorazione) a  lasciare inalterato il prezzo del pranzo completo per lavoratori, impiegati, studenti, tra i rari casi dei capoluoghi di regione, da noi con una media di 12 euro a pasto.

La ripresa in atto, che dovrebbe proseguire anche quest’anno, con una variazione del Pil intorno all’1,5%, presenta purtroppo alcune ombre. La vitalità cui abbiamo assistito nel 2017, infatti, è stata sostenuta soprattutto da tre driver: le esportazioni, legate al recupero della domanda internazionale; gli investimenti in macchinari, sostenuti dagli incentivi di Industria 4.0; il turismo, che è su un trend di crescita strutturale. Si tratta dunque – sottolinea Confesercenti nelle sue “dieci proposte per il nuovo Governo” –  di una ripartenza legata a doppio filo all’evoluzione del quadro internazionale, e ancora debole. Pur rappresentando una novità positiva – almeno negli ultimi 10 anni – la crescita italiana è una delle più basse dell’area Euro, indietro di quasi un punto percentuale rispetto alla media. Tra l’altro le previsioni della Commissione per il 2018 sono un po’ meno rosee di quelle del nostro Governo (1,3 contro 1,5%).

Troppo poco per fugare le incertezze: in primo luogo quelle dettate dalla attesa normalizzazione delle politiche monetarie europee e dei conseguenti possibili effetti di crescita dei tassi di interesse; ma anche dalla prossima evoluzione delle politiche di bilancio che sinora, nonostante l’impegno di utilizzare al massimo i margini consentiti dagli accordi europei, hanno potuto dare solo pochi stimoli all’intera economia.

Prospettive incerte, che potrebbero incidere ulteriormente sul tessuto imprenditoriale. Tra il 2008 ed il 2017 abbiamo già perso 514mila lavoratori autonomi, calo che annulla, di fatto, la crescita occupazionale dei dipendenti e segnale inequivocabile delle difficoltà ancora vissute dalla piccola impresa. In particolare difficoltà sono soprattutto le attività del commercio, che scontano una crescita ancora troppo lenta dei consumi delle famiglie, un costo crescente delle locazioni e la competizione, a volte sleale, di nuove tipologie di impresa nate sulle ali dell’evoluzione della internet economico.

Ci aspettiamo – dice Lamorgese – novità sostanziali dal nuovo Parlamento a tutela effettiva della pmi al di là delle tante promesse elettorali ascoltate in questi giorni.

 

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