Società e Cultura

Ristoranti lucani: non vogliamo essere trattati come “interruttori”

I ristoratori lucani non ci stanno ad essere trattati come “interruttori” dal Governo che apre e chiude le attività di ristorazione al pubblico. Alla vigilia dell’Epifania, sino allo scorso anno giornata di grande lavoro con ristoranti pieni, tra la categoria c’è tanta rabbia ed amarezzaIl decreto sulle restrizioni in vigore dal 7 al 15 gennaio prevede il weekend del 9-10 “arancione” mentre c’è incognita sui giorni successivi.

“La ristorazione italiana – dichiara Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe-Confcommercio – non ha pace: ogni volta che si avvicina la scadenza delle misure restrittive, ne vengono annunciate di nuove e si riparte da zero. Così anche il primo provvedimento del 2021 ha disposto la chiusura di bar e ristoranti nei fine settimana, lasciando gli imprenditori nell’incertezza dall’11 gennaio in poi, con i danni e le distorsioni che ne conseguono. Chiediamo a Governo e Comitato Tecnico Scientifico di dare prospettive diverse – più certe, ma anche più motivanti – ad un settore che ha pagato un prezzo altissimo, ma soprattutto che ha già dimostrato di poter lavorare in totale sicurezza. Non è più accettabile che i pubblici esercizi, insieme a pochi altri settori, siano i soli a farsi carico dell’azione di contrasto alla pandemia, richiesti di un sacrificio sociale non giustificato dai dati e non accompagnato da adeguate e proporzionate misure compensative. È indubbio che per uscire da questa crisi ci sia bisogno del contributo di tutti, ma proprio per questo non si può imputare sulle spalle sempre delle stesse categorie il peso del contenimento della pandemia, affossando nel frattempo un settore strategico per l’economia del Paese e per la vita quotidiana delle persone.”

I ristoratori lucani – che stanno pensando ad altre iniziative di protesta come quelle delle tovaglie e coperti in piazza – evidenziano le difficoltà a programmare l’attività specie per l’acquisto dei prodotti alimentari freschi e non vogliono ripetere l’esperienza di dover buttare in spazzatura cibo già pronto.

Al governo, i titolari di pubblici esercizi italiani chiedono invece un altro tipo di DPCM: Dignità, Prospettiva, Chiarezza e Manovra. La dignità di attività essenziali e sicure; la prospettiva di un piano di riqualificazione e sviluppo, magari attraverso un adeguato inserimento nel Piano nazionale di Ripesa e Resilienza; la chiarezza sui tempi di riapertura; una manovra correttiva che garantisca indennizzi adeguati e ristori calcolati sulle effettive perdite, sostegno all’indebitamento, risoluzione dei problemi di locazione.

“Siamo allo stremo, reduci da un anno disastroso con oltre 100 giorni di chiusura e che – sostiene Michele Tropiano Confcommercio Potenza – per la maggior parte del tempo restante ha visto restrizioni di posti e di orari. Il settore è in ginocchio, molti di noi non avranno la forza di rialzarsi. E in tutto questo ancora oggi non sappiamo se, come e quando, potremo riaprire. Siamo esasperati, non ne possiamo più: gli unici a pagare siamo sempre e solo noi ristoratori».

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