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Referendum Costituzionale: scarsa conoscenza degli italiani in merito ai quesiti referendari

Dai risultati dell’indagine d’opinione su “Referendum Costituzionale e revisione Titolo V della parte II della Costituzione”, commissionata alla Doxa dall’Associazione Dossetti-I Diritti e realizzata tra il 14 e il 16 novembre scorsi,  emerge una preoccupante scarsa conoscenza dei temi che riguardano la revisione della Costituzione nelle sue ricadute sulla sanità pubblica: poco più di 1 Italiano su 10 (12%) sa davvero di cosa parla il titolo V e solo il 4% degli intervistati conosce nel merito il contenuto dell’art.117 del Titolo V.
Il sondaggio d’opinione purtroppo conferma la scarsa conoscenza degli italiani in merito ai quesiti referendari che riguardano da vicino la salute.

E’ giusto invece  che i cittadini sappiano che con il varo della riforma si cambia, ma non si torna indietro, lo Stato non riaccentra tutte le sue funzioni. Rimane un sistema sanitario regionale ma su binari molto chiari, per cui le Regioni avranno in modo esclusivo la funzione organizzativa e di programmazione, senza necessità di concerto o di intesa con lo Stato. E lo Stato avrà in modo esclusivo le disposizioni generali in tema di salute, bene comune e sicurezza alimentare. La concorrenza fra le funzioni statali e regionali ha provocato in questi anni una serie di disservizi molto importanti che alla fine hanno pagato i cittadini. In termini pratici, questo significa per esempio che le linee guida per i piani diagnostici terapeutici le dà lo Stato e le Regioni le devono applicare secondo i loro modelli organizzativi, ma senza tradire quelle che sono le linee generali. Se una Regione non garantisce il diritto alla salute dei propri cittadini, non garantisce l’accesso alle prestazioni, e i Lea, lo Stato potrà intervenire esercitando con la clausola di supremazia un potere sostitutivo, al fine di garantire quindi che i cittadini abbiano la stessa qualità dei servizi. Le Regioni particolarmente virtuose che hanno non solo i conti in regola ma anche i servizi, potranno chiedere allo Stato di esercitare competenze che non sono prettamente definite dalla Costituzione come proprie.

Dunque quando entra in gioco il diritto alla salute, lo Stato deve poter intervenire perché chi ha pagato il conto salatissimo dell’incapacità di organizzare non sono stati gli assessori ma i cittadini, con tasse e disservizi:  è questa la convinzione alla base della riforma.

Oggi si sente la necessità di fare chiarezza. A mio avviso, si deve porre mano al riordino dei poteri di Stato e regioni cominciando ad abolire la legislazione concorrente, ma anche a far sì che la Nazione torni ad essere una e indivisa anche per la sanità e ad eliminare le inique differenze di trattamento riservate ai cittadini di diverse aree del Paese.

Tocca al governo centrale, cui già compete la definizione dei principi generale del sistema sanitario (ad esempio i LEA)  identificare e normare gli interessi nazionali e verificare il rispetto delle norme. E’ interesse nazionale, ad esempio, avere un calendario vaccinale unico, avere una rete nazionale di Centri di riferimento per le patologie (quali potrebbero essere gli IRCCS),  ma anche definire i modelli di nuove strutture territoriali quali la Casa della Salute, il Presidio Ospedaliero Territoriale.

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