Società e Cultura

Letture: Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati

di Michela Castelluccio

Ci sono libri che catturano già dalle prime battute, pensieri che agganciano perché sono frutto di abili menti, unite a mani che percorrono strade giammai battute da ogni altra  letteratura. Poche righe, per presentarvi una recensione di un libro molto insolito e sin troppo bello, stiamo parlando di “Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati” di Andreas Moster, best seller in Germania e fresco di stampa nel nostro paese, tradotto da Silvia Albesano, edito da Il Saggiatore. Ha lo slancio metafisico e universale di Kafka. Ricorda il delitto di coltre soprannaturale, simil Twin Peaks, nel suo umbratile e originale grembo narrativo. Possiede una lingua acuminata e immaginifica, che si deve leggere con rarità simbolica. Un lingua maligna. Sovverte l’ordine degli spazi, incattivendoli, plasma un’atmosfera mostruosa e gelida, spande gli odori e i terrori come nella fiaba nera che ha come luogo un territorio montagnoso, boschivo e di cave. Costruisce personaggi-spauracchi che non paiono umani ma irriconoscibili figliocci di un demonio malinconico, religioso e rigoroso. Un romanzo straordinario, il cui protagonista, Georg, è uno straniero silenzioso e misterioso, giunto in un villaggio della Germania retto da un ordine millenario, per accertarsi della produttività di una cava, l’unica fonte di ricchezza del luogo. Una società avente come sfondo la tendenziale chiusura del paese su se stesso, scandito dagli uomini che si recano ogni giorno alla cava; mogli impegnate nel lavoro casalingo e le figlie a frequentare la scuola, segnate dal dover replicare in futuro la stessa vita vista nelle madri: ragazze la cui “noia sta sospesa nell’aria pesante come un temporale”. Un villaggio dove l’ordine delle cose è comandato da un silenzio, dagli schemi, dalle pietre e da una violenza duale: quella fisica e quella metafisica, dentro le case. L’abilità stilistica di Moster ci condurrà in un territorio a prima vista reale, ma che non disvela, in verità, la sfera mefistofelica dell’invisibile, quanto invece la malignità emergente dalla rete di relazioni dei protagonisti. Il romanzo, infatti, pone al centro di tutto la spirale della violenza: essa nasce quando gli uomini iniziano ad accorgersi di avere davanti agli occhi la fine del loro mondo, incapaci di poter immaginare qualsiasi altra forma di vita differente da quella che hanno sempre condotto. Insomma, il racconto di Moster è un libro che non consola, duro e ambizioso, una prosa alla Bernhard come un tentativo di spostare i confini del romanzo un po’ più in là, in tempi in cui la letteratura è in difficoltà nel competere con Netflix & co, ma che al contempo conferisce un esordio importante ad un autore sicuramente da non perdere di vista.

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