di Mimmo Sammartino (*)
C’è stato un tempo in cui il Paese sentiva l’urgenza di rivolgersi ai poeti.
Credeva che loro – soprattutto loro – fossero in grado di indicare
traiettorie inattese per la sua crescita economica e sociale, per i cambiamenti
dei modelli culturali e degli stili di vita, per la sua modernizzazione
e il tumultuoso passaggio da realtà rurale a contesto industriale.
Queste le ragioni per cui grandi aziende come Olivetti, Pirelli,
Finmeccanica, Eni, Alitalia, Bassetti, Alfa Romeo – tanto per citare qualche
nome – hanno sentito il bisogno di affidarsi all’immaginazione poetica.
Immaginazione capace di guardare oltre il prevedibile. Al di là di ciò che la
grigia burocrazia era capace di prefigurare.
Leonardo Sinisgalli, in questa temperie, svolge un ruolo da protagonista.
La sua voce è quella di uno straordinario poeta novecentesco. Ma non
si è limitato a questo. Nella sua dimensione eclettica, è stato infatti anche
uomo di scienza e di matematica, saggista, narratore, documentarista,
sceneggiatore, autore di programmi radiofonici, critico d’arte, disegnatore.
Ha scritto di architettura e urbanistica.
Dinanzi a una figura così eccezionale, proporre una riflessione sulla sua
opera e sul contributo che ha saputo offrire, nel campo pubblicitario, all’Eni
del tempo di Mattei, è certamente iniziativa valida e meritoria. Ed eccellente
è il lavoro certosino di studio, analisi e ricostruzione degli accadimenti
realizzato nel volume a firma di Elio Frescani e Biagio Russo.
L’utile e il bello
Sinisgalli è stato maestro della contaminazione. Fortemente convinto
della necessità di tenere insieme «l’utile e il bello».
Ci aveva creduto sin da quando era bambino e, nel paese di Montemurro,
era rimasto affascinato dalla figura del fabbro.II
Mestiere che il piccolo Leonardo sognava di poter fare da adulto. Lo
incantava il lavoro di mastro Tittillo nella sua bottega, traboccante di
metalli e di scintille. Perché, pensava lui, il fabbro forgia strumenti utili.
Utensili unici da realizzare a regola d’arte, per garantirne efficacia nella
funzione. Attrezzi che però si proponevano di essere anche esteticamente
attraenti.
Il fabbro, pertanto, è certamente un artigiano. Ma anche un infaticabile
creatore di bellezza. Dunque un artista.
L’operaio e lo stagnino
Cercare «l’utile e il bello» ha segnato la vita del poeta-ingegnere. Il
suo sguardo obliquo gli ha fatto cogliere inedite sfaccettature in contesti
dissimili.
Si pensi a ciò che scriveva (nel testo “Una lucerna, una lanterna, una
oliera”) mettendo a confronto il lavoro e la quotidianità degli operai in una
fabbrica e quelli dello stagnino nel suo paese:
Devo dire che trovo infinitamente più confortante il fatto che mille,
duemila, diecimila operai lavorino insieme in un cantiere, in un’officina,
sopra un’area poco più piccola o più grande di un villaggio, trovo più
confortante, se pure meno poetica, la “giornata collettiva” dell’operaio che
non la solitudine del pastore o del ciabattino.
Poi però aggiungeva:
Ma il mio calderaio, il mio stagnino, Giacinto Fanuele, della stirpe dei
calderai e degli stagnini di Montemurro, era sempre di buon umore […].
Noi facevamo tanti onori e tanta festa a Giacinto Fanuele e a suo figlio
che venivano in casa nostra per qualche giorno, non a servirci, ma ad
aiutarci. E così le pignate di rame, o i caccavotti, o le brocche, o le padelle,
venivano guardati controluce per scoprire un buco, un’incrinatura.
Poi Giacinto con la forbice, e il mantice, e l’acido, e lo stagno, e la latta,
si metteva a fabbricare le sue meravigliose forme, oliere, lucerne, imbuti…
Costruttore di ponti
Sinisgalli è stato un formidabile comunicatore, capace di coniugare
cultura tecnica e cultura umanistica. Ma, soprattutto nella sua stagione
giovanile, non gli appariva semplice districarsi in questa pluralità di sguardi
e di interessi. Matematica, poesia, ingegneria, fisica, arte… Diceva infatti
di sé stesso:
Non riuscivo proprio a vederci chiaro nella mia vocazione. Mi pareva di
avere due teste, due cervelli, come certi granchi che si nascondono sotto le
pietre.
Quando però si trattò di compiere una scelta decisiva su cosa privilegiare
nella propria vita, non ebbe dubbi. Accadde il giorno in cui Enrico Fermi
lo invitò a far parte dei ragazzi di via Panisperna. Quella chiamata era
per lui uno straordinario riconoscimento, ma Leonardo declinò quella
convocazione, per quanto allettante. Preferì condividere i giorni con i suoi
amici poeti e scrittori: «Passai dalla sponda impervia alla riva fiorita», disse
in proposito. Anche se, nelle sue opere, poesia e matematica continueranno
a darsi la mano.
La sua resta una vocazione di permanente sperimentatore. Attitudine
che ne ha fatto un pioniere della ricerca, un anticipatore di gusti e tendenze
e – come lo ha definito Franco Vitelli – un “contemporaneo della posterità”.
Sinisgalli fu soprattutto una figura capace di costruire ponti tra ciò che,
ad altri, appariva incompatibile. Sapeva individuare le intersezioni capaci
di conciliare gli opposti: arcaico e moderno, nord e sud, città e campagna,
mondo contadino e artigiano e universo della fabbrica.
Lui sapeva riconoscere la rassomiglianza nella diversità. Scoprire
l’unitarietà custodita nel molteplice. Avvertiva la necessità di tenere
insieme ragione ed emozione. Il rigore della retta e l’imprevedibilità dello
scarabocchio.
Di questa sua vocazione anfibia e polimorfa ha dato ampia prova dando
vita e collaborando a prestigiose riviste aziendali – da «Pirelli» a «Civiltà
delle macchine», la pubblicazione di Finmeccanica da lui fondata nel 1953
e diretta fino al 1958 – nelle quali riusciva a restituire voce e pensiero alla
complessità dei mondi, così difformi, eppure così connessi, che convivevano
nell’Italia del secondo dopoguerra.
X
Similia similibus curentur
I simili si curino con i simili, raccomandavano i latini. Sarà stata per
questa regola che nacque la collaborazione tra Sinisgalli e altri visionari come
Adriano Olivetti, Alberto Pirelli, Eugenio Luraghi e, per l’appunto, Enrico
Mattei. Incontri che appaiono come il naturale e reciproco riconoscersi tra
sensibilità convergenti.
D’altronde, che Mattei avesse sentito l’esigenza di circondarsi di creativi
e visionari, lo aveva dimostrato quando si era rivolto, ancor prima che a
Sinisgalli, al poeta Attilio Bertolucci per dirigere la rivista dell’Eni «Il Gatto
Selvatico». O ad artisti come lo scultore Luigi Broggini per l’ideazione del
«cane a sei zampe» che diventerà il marchio di fabbrica del carburante
italiano. Immagine che prevalse in un concorso di idee il cui bando fu
pubblicato sulla rivista di architettura «Domus». Rivista, all’epoca, diretta
dal grande architetto e designer Gio Ponti.
Mattei, al quale non mancava certamente il fiuto anche nella scelta dei
propri collaboratori, si fida di Sinisgalli e gli mette nelle mani un settore
ritenuto strategico, come quello della promozione e della comunicazione.
Mattei considerava la pubblicità un anello indispensabile per il successo
della produzione industriale e, dunque, un vero e proprio investimento. Per
questo riservava a sé l’ultima parola sulle proposte che i suoi “creativi” gli
sottoponevano.
Sinisgalli, col suo talento poetico e affabulatorio, non poteva certo
deludere le aspettative del “capo”. E lo ha ripagato con geniali intuizioni.
Si pensi al fortunato slogan che recitava: «C’è sempre un distributore Agip
a pochi metri più in là».
Creatore di réclame
In un tempo nel quale la pubblicità si chiamava réclame, il Leonardo
del ’900 si mostrò capace di interpretare in modo assolutamente innovativo
l’esperienza di comunicare l’attrattività dei nuovi prodotti. Come non
ricordare, ad esempio, quella poetica «rosa nel calamaio» che accompagnò
la promozione delle macchine da scrivere Olivetti Studio 42 e 44?
La capacità sinisgalliana di concepire soluzioni memorabili sapeva
catturare attenzione e ingenerare ammirazione di élites e ceti popolari,
orientare i gusti del grande pubblico, creare complicità e seduzione, indurre
desideri.
La ricetta? Mescolare con sapienza pensiero, informazione ed estro.
Amalgamare con efficacia segni semplici, immaginifici e incisivi. Suscitare
emozioni. Una creatività che Sinisgalli era capace di scovare nei luoghi più
insospettabili. Si pensi alla straordinaria esperienza vissuta nella scuola
elementare di Badia Calavena. Nella classe dei piccoli incisori, guidata dal
maestro Gianni Faé. Sinisgalli seppe mettere a valore la loro opera, facendo
diventare autori e protagonisti d’arte e di creazione un gruppo di ragazzini
talentuosi. Bambini che non discendevano da stirpi di designer e architetti,
ma erano figli di pastori e contadini delle Prealpi veronesi.
Fabbricanti di stupidità
Il poeta-ingegnere si relaziona ai diversi linguaggi, accettandone la sfida,
riuscendo sempre a mantenere, verso di essi, uno spirito vigile e critico. Si
pensi alle parole, affilate come una lama, dedicate ai nuovi media dell’epoca.
Quelli che, dalla metà del ’900, affollavano l’immaginario del popolo italiano.
Scrisse infatti:
L’uomo sapeva abbrutirsi anche prima della radio, della televisione e del
cinema. Certo allora era lui il responsabile; ora invece i fabbricanti di
stupidità formano delle legioni, degli eserciti.
E, prendendo atto che da quei pulpiti non c’è chi si preoccupi della
«salute spirituale e neppure della salute fisica» degli utenti, concludeva:
Sta a noi, al nostro senno, stabilire la razione di idiozia che ci è necessaria
ogni giorno. Baudelaire credeva che fosse necessario e sufficiente essere
sciocchi trentatré minuti al giorno.
Sinisgalli anticipa di oltre mezzo secolo l’intemerata, pronunciata da
Umberto Eco – in una lectio magistralis tenuta nel 2015 all’università di
Torino – all’indirizzo di cantori, ciarlieri e odiatori seriali che ogni giorno
sgomitano nella rete:
I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima
parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la
collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso
diritto di parola di un Premio Nobel.
Una intuizione premonitrice abita le riflessioni sinisgalliane. Un presagio
di fronte al nostro interrogarci, oggi, su opportunità e minacce costituite
dalla rete. Sul rischio di soccombere sotto il peso della dipendenza collettiva
(soprattutto dei cosiddetti “nativi digitali”) dai social media. Sulla
salvaguardia del primato dell’umano e dell’etica nel vorticoso sviluppo
dell’intelligenza artificiale. Quelle sue domande anticipano eventi, e
conseguenti dilemmi, di diversi decenni.
Carosello
Sinisgalli è dunque sempre consapevole delle potenzialità e dei limiti che
comportano i media e il loro utilizzo. Soprattutto se il medium si rivolge a
utenti inermi che ne subiscono gli effetti in modo inconsapevole.
Ciò nonostante non si tira indietro quando c’è da misurarsi con le novità.
Così si mette in gioco anche con il Carosello che giunge nella case degli
italiani, per la prima volta, la sera del 3 febbraio 1957.
Appartiene al suo periodo all’Eni una delle invenzioni più originali
di Paul Campani: quella del personaggio Angelino, con le sue avventure,
disavventure e grandi imprese. Il personaggio “animato” si trasformò ben
presto in un fenomeno di grande successo popolare, al punto da indurre la
produzione e la commercializzazione anche di pupazzi e figurine con le sue
“angeliche” sembianze.
Paese lucano
Sinisgalli, come dimostra la sua esperienza umana e professionale, è
stato un intellettuale ostinato. Mai appagato dei risultati raggiunti. Sempre
proiettato verso frontiere inesplorate. Tenace nel suo impegno a rammendare
lembi di storie ritenute, dai più, inconciliabili.
Mettere in relazione le differenze è stata la sua cifra. Avvicinare gli
universi distanti e distinti, la sua propensione e il suo talento.
Come ci mostra quel racconto, pubblicato nel 1964 per conto dell’Eni, dal
titolo Paese lucano. Pagine grondanti di poesia e immagini (con fotografie
di Mimmo Castellano) della sua terra d’origine nel tempo della rivoluzione
delle macchine.
Il volume era accompagnato dalle liriche di cantori lucani: oltre a
versi dello stesso Sinisgalli, c’erano rime di Rocco Scotellaro, Michele
Parrella, Vito Riviello, Mario Trufelli, Beatrice Viggiani. Anche con quella
pubblicazione Sinisgalli ribadiva la necessità di contemplare la pluralità del
reale. Concepire «l’esistenza come coesistenza”, per dirla con le parole di
Carlo Levi.
Tenere insieme memoria e innovazione è stata, per lui, una stella polare.
Posiamo i piedi su un fiume di petrolio
E fu proprio nel suo paese natìo, Montemurro, sul finire degli anni ’70,
che, discorrendo con il giornalista e poeta Mario Trufelli, nel corso di una
intervista per la Rai, Sinisgalli pronunciò quelle parole: «Voi non lo sapete,
ma qui noi posiamo i piedi su un fiume di petrolio».
Una ventina di anni più tardi, nella sua dolce provincia dell’Agri, l’Eni
avrebbe realizzato il grande Centro Olio di Viggiano.
Leonardo Sinisgalli ha sempre avuto sguardo lungo e profetico. E, pur
concentrando la sua vicenda professionale tra Milano e Roma, non ha mai
rinunciato al piacere di indagare i segreti nascosti tra le pieghe più recondite
della sua terra. Per rivelarli con la potenza della sua parola. Parola di uomo
di scienza. Parola di poeta. Parola di intellettuale che ha conosciuto e abitato
la modernità. Senza dimenticare, nel contempo, il posto del principio.
E, quel suo punto di partenza, lo racconta così, tracciandone colori e
profili con il pennello della memoria. Con un filo di incanto, al riparo dalla
nostalgia.
Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi,
a chi scende per la stretta degli Alburni
o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,
al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte
con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato,
negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante,
la Lucania apre le sue lande,
le sue valli dove i fiumi scorrono lenti
come fiumi di polvere […].
(*) Direttore Fondazione Leonardo Sinisgalli




