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Società e Cultura

Leonardo Sinisgalli ed Enrico Mattei: c’era una volta un paese che credeva nei poeti

di Mimmo Sammartino (*)

 

C’è stato un tempo in cui il Paese sentiva l’urgenza di rivolgersi ai poeti.
Credeva che loro – soprattutto loro – fossero in grado di indicare

traiettorie inattese per la sua crescita economica e sociale, per i cambiamenti

dei modelli culturali e degli stili di vita, per la sua modernizzazione

e il tumultuoso passaggio da realtà rurale a contesto industriale.

Queste le ragioni per cui grandi aziende come Olivetti, Pirelli,

Finmeccanica, Eni, Alitalia, Bassetti, Alfa Romeo – tanto per citare qualche

nome – hanno sentito il bisogno di affidarsi all’immaginazione poetica.

Immaginazione capace di guardare oltre il prevedibile. Al di là di ciò che la

grigia burocrazia era capace di prefigurare.

Leonardo Sinisgalli, in questa temperie, svolge un ruolo da protagonista.

La sua voce è quella di uno straordinario poeta novecentesco. Ma non

si è limitato a questo. Nella sua dimensione eclettica, è stato infatti anche

uomo di scienza e di matematica, saggista, narratore, documentarista,

sceneggiatore, autore di programmi radiofonici, critico d’arte, disegnatore.

Ha scritto di architettura e urbanistica.

Dinanzi a una figura così eccezionale, proporre una riflessione sulla sua

opera e sul contributo che ha saputo offrire, nel campo pubblicitario, all’Eni

del tempo di Mattei, è certamente iniziativa valida e meritoria. Ed eccellente

è il lavoro certosino di studio, analisi e ricostruzione degli accadimenti

realizzato nel volume a firma di Elio Frescani e Biagio Russo.

 

L’utile e il bello

Sinisgalli è stato maestro della contaminazione. Fortemente convinto

della necessità di tenere insieme «l’utile e il bello».

Ci aveva creduto sin da quando era bambino e, nel paese di Montemurro,
era rimasto affascinato dalla figura del fabbro.II

Mestiere che il piccolo Leonardo sognava di poter fare da adulto. Lo

incantava il lavoro di mastro Tittillo nella sua bottega, traboccante di

metalli e di scintille. Perché, pensava lui, il fabbro forgia strumenti utili.

Utensili unici da realizzare a regola d’arte, per garantirne efficacia nella

funzione. Attrezzi che però si proponevano di essere anche esteticamente

attraenti.

Il fabbro, pertanto, è certamente un artigiano. Ma anche un infaticabile

creatore di bellezza. Dunque un artista.

L’operaio e lo stagnino

Cercare «l’utile e il bello» ha segnato la vita del poeta-ingegnere. Il

suo sguardo obliquo gli ha fatto cogliere inedite sfaccettature in contesti

dissimili.

Si pensi a ciò che scriveva (nel testo “Una lucerna, una lanterna, una

oliera”) mettendo a confronto il lavoro e la quotidianità degli operai in una

fabbrica e quelli dello stagnino nel suo paese:

Devo dire che trovo infinitamente più confortante il fatto che mille,

duemila, diecimila operai lavorino insieme in un cantiere, in un’officina,

sopra un’area poco più piccola o più grande di un villaggio, trovo più

confortante, se pure meno poetica, la “giornata collettiva” dell’operaio che

non la solitudine del pastore o del ciabattino.

Poi però aggiungeva:

Ma il mio calderaio, il mio stagnino, Giacinto Fanuele, della stirpe dei

calderai e degli stagnini di Montemurro, era sempre di buon umore […].

Noi facevamo tanti onori e tanta festa a Giacinto Fanuele e a suo figlio

che venivano in casa nostra per qualche giorno, non a servirci, ma ad

aiutarci. E così le pignate di rame, o i caccavotti, o le brocche, o le padelle,

venivano guardati controluce per scoprire un buco, un’incrinatura.

Poi Giacinto con la forbice, e il mantice, e l’acido, e lo stagno, e la latta,

si metteva a fabbricare le sue meravigliose forme, oliere, lucerne, imbuti…

 

Costruttore di ponti

Sinisgalli è stato un formidabile comunicatore, capace di coniugare

cultura tecnica e cultura umanistica. Ma, soprattutto nella sua stagione

giovanile, non gli appariva semplice districarsi in questa pluralità di sguardi

e di interessi. Matematica, poesia, ingegneria, fisica, arte… Diceva infatti

di sé stesso:

Non riuscivo proprio a vederci chiaro nella mia vocazione. Mi pareva di

avere due teste, due cervelli, come certi granchi che si nascondono sotto le

pietre.

Quando però si trattò di compiere una scelta decisiva su cosa privilegiare

nella propria vita, non ebbe dubbi. Accadde il giorno in cui Enrico Fermi

lo invitò a far parte dei ragazzi di via Panisperna. Quella chiamata era

per lui uno straordinario riconoscimento, ma Leonardo declinò quella

convocazione, per quanto allettante. Preferì condividere i giorni con i suoi

amici poeti e scrittori: «Passai dalla sponda impervia alla riva fiorita», disse

in proposito. Anche se, nelle sue opere, poesia e matematica continueranno

a darsi la mano.

La sua resta una vocazione di permanente sperimentatore. Attitudine

che ne ha fatto un pioniere della ricerca, un anticipatore di gusti e tendenze

e – come lo ha definito Franco Vitelli – un “contemporaneo della posterità”.

Sinisgalli fu soprattutto una figura capace di costruire ponti tra ciò che,

ad altri, appariva incompatibile. Sapeva individuare le intersezioni capaci

di conciliare gli opposti: arcaico e moderno, nord e sud, città e campagna,

mondo contadino e artigiano e universo della fabbrica.

Lui sapeva riconoscere la rassomiglianza nella diversità. Scoprire

l’unitarietà custodita nel molteplice. Avvertiva la necessità di tenere

insieme ragione ed emozione. Il rigore della retta e l’imprevedibilità dello

scarabocchio.

Di questa sua vocazione anfibia e polimorfa ha dato ampia prova dando

vita e collaborando a prestigiose riviste aziendali – da «Pirelli» a «Civiltà

delle macchine», la pubblicazione di Finmeccanica da lui fondata nel 1953

e diretta fino al 1958 – nelle quali riusciva a restituire voce e pensiero alla

complessità dei mondi, così difformi, eppure così connessi, che convivevano

nell’Italia del secondo dopoguerra.

X

Similia similibus curentur

I simili si curino con i simili, raccomandavano i latini. Sarà stata per

questa regola che nacque la collaborazione tra Sinisgalli e altri visionari come

Adriano Olivetti, Alberto Pirelli, Eugenio Luraghi e, per l’appunto, Enrico

Mattei. Incontri che appaiono come il naturale e reciproco riconoscersi tra

sensibilità convergenti.

D’altronde, che Mattei avesse sentito l’esigenza di circondarsi di creativi

e visionari, lo aveva dimostrato quando si era rivolto, ancor prima che a

Sinisgalli, al poeta Attilio Bertolucci per dirigere la rivista dell’Eni «Il Gatto

Selvatico». O ad artisti come lo scultore Luigi Broggini per l’ideazione del

«cane a sei zampe» che diventerà il marchio di fabbrica del carburante

italiano. Immagine che prevalse in un concorso di idee il cui bando fu

pubblicato sulla rivista di architettura «Domus». Rivista, all’epoca, diretta

dal grande architetto e designer Gio Ponti.

Mattei, al quale non mancava certamente il fiuto anche nella scelta dei

propri collaboratori, si fida di Sinisgalli e gli mette nelle mani un settore

ritenuto strategico, come quello della promozione e della comunicazione.

Mattei considerava la pubblicità un anello indispensabile per il successo

della produzione industriale e, dunque, un vero e proprio investimento. Per

questo riservava a sé l’ultima parola sulle proposte che i suoi “creativi” gli

sottoponevano.

Sinisgalli, col suo talento poetico e affabulatorio, non poteva certo

deludere le aspettative del “capo”. E lo ha ripagato con geniali intuizioni.

Si pensi al fortunato slogan che recitava: «C’è sempre un distributore Agip

a pochi metri più in là».

Creatore di réclame

In un tempo nel quale la pubblicità si chiamava réclame, il Leonardo

del ’900 si mostrò capace di interpretare in modo assolutamente innovativo

l’esperienza di comunicare l’attrattività dei nuovi prodotti. Come non

ricordare, ad esempio, quella poetica «rosa nel calamaio» che accompagnò

la promozione delle macchine da scrivere Olivetti Studio 42 e 44?

La capacità sinisgalliana di concepire soluzioni memorabili sapeva

catturare attenzione e ingenerare ammirazione di élites e ceti popolari,

orientare i gusti del grande pubblico, creare complicità e seduzione, indurre

desideri.

La ricetta? Mescolare con sapienza pensiero, informazione ed estro.

Amalgamare con efficacia segni semplici, immaginifici e incisivi. Suscitare

emozioni. Una creatività che Sinisgalli era capace di scovare nei luoghi più

insospettabili. Si pensi alla straordinaria esperienza vissuta nella scuola

elementare di Badia Calavena. Nella classe dei piccoli incisori, guidata dal

maestro Gianni Faé. Sinisgalli seppe mettere a valore la loro opera, facendo

diventare autori e protagonisti d’arte e di creazione un gruppo di ragazzini

talentuosi. Bambini che non discendevano da stirpi di designer e architetti,

ma erano figli di pastori e contadini delle Prealpi veronesi.

Fabbricanti di stupidità

Il poeta-ingegnere si relaziona ai diversi linguaggi, accettandone la sfida,

riuscendo sempre a mantenere, verso di essi, uno spirito vigile e critico. Si

pensi alle parole, affilate come una lama, dedicate ai nuovi media dell’epoca.

Quelli che, dalla metà del ’900, affollavano l’immaginario del popolo italiano.

Scrisse infatti:

L’uomo sapeva abbrutirsi anche prima della radio, della televisione e del

cinema. Certo allora era lui il responsabile; ora invece i fabbricanti di

stupidità formano delle legioni, degli eserciti.

E, prendendo atto che da quei pulpiti non c’è chi si preoccupi della

«salute spirituale e neppure della salute fisica» degli utenti, concludeva:

Sta a noi, al nostro senno, stabilire la razione di idiozia che ci è necessaria

ogni giorno. Baudelaire credeva che fosse necessario e sufficiente essere

sciocchi trentatré minuti al giorno.

Sinisgalli anticipa di oltre mezzo secolo l’intemerata, pronunciata da

Umberto Eco – in una lectio magistralis tenuta nel 2015 all’università di

Torino – all’indirizzo di cantori, ciarlieri e odiatori seriali che ogni giorno

sgomitano nella rete:

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima

parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la

collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso

diritto di parola di un Premio Nobel.

Una intuizione premonitrice abita le riflessioni sinisgalliane. Un presagio

di fronte al nostro interrogarci, oggi, su opportunità e minacce costituite

dalla rete. Sul rischio di soccombere sotto il peso della dipendenza collettiva

(soprattutto dei cosiddetti “nativi digitali”) dai social media. Sulla

salvaguardia del primato dell’umano e dell’etica nel vorticoso sviluppo

dell’intelligenza artificiale. Quelle sue domande anticipano eventi, e

conseguenti dilemmi, di diversi decenni.

Carosello

Sinisgalli è dunque sempre consapevole delle potenzialità e dei limiti che

comportano i media e il loro utilizzo. Soprattutto se il medium si rivolge a

utenti inermi che ne subiscono gli effetti in modo inconsapevole.

Ciò nonostante non si tira indietro quando c’è da misurarsi con le novità.

Così si mette in gioco anche con il Carosello che giunge nella case degli

italiani, per la prima volta, la sera del 3 febbraio 1957.

Appartiene al suo periodo all’Eni una delle invenzioni più originali

di Paul Campani: quella del personaggio Angelino, con le sue avventure,

disavventure e grandi imprese. Il personaggio “animato” si trasformò ben

presto in un fenomeno di grande successo popolare, al punto da indurre la

produzione e la commercializzazione anche di pupazzi e figurine con le sue

“angeliche” sembianze.

Paese lucano

Sinisgalli, come dimostra la sua esperienza umana e professionale, è

stato un intellettuale ostinato. Mai appagato dei risultati raggiunti. Sempre

proiettato verso frontiere inesplorate. Tenace nel suo impegno a rammendare

lembi di storie ritenute, dai più, inconciliabili.

Mettere in relazione le differenze è stata la sua cifra. Avvicinare gli

universi distanti e distinti, la sua propensione e il suo talento.

Come ci mostra quel racconto, pubblicato nel 1964 per conto dell’Eni, dal

titolo Paese lucano. Pagine grondanti di poesia e immagini (con fotografie

di Mimmo Castellano) della sua terra d’origine nel tempo della rivoluzione

delle macchine.

Il volume era accompagnato dalle liriche di cantori lucani: oltre a
versi dello stesso Sinisgalli, c’erano rime di Rocco Scotellaro, Michele

Parrella, Vito Riviello, Mario Trufelli, Beatrice Viggiani. Anche con quella

pubblicazione Sinisgalli ribadiva la necessità di contemplare la pluralità del

reale. Concepire «l’esistenza come coesistenza”, per dirla con le parole di

Carlo Levi.

Tenere insieme memoria e innovazione è stata, per lui, una stella polare.

Posiamo i piedi su un fiume di petrolio

E fu proprio nel suo paese natìo, Montemurro, sul finire degli anni ’70,

che, discorrendo con il giornalista e poeta Mario Trufelli, nel corso di una

intervista per la Rai, Sinisgalli pronunciò quelle parole: «Voi non lo sapete,

ma qui noi posiamo i piedi su un fiume di petrolio».

Una ventina di anni più tardi, nella sua dolce provincia dell’Agri, l’Eni

avrebbe realizzato il grande Centro Olio di Viggiano.

Leonardo Sinisgalli ha sempre avuto sguardo lungo e profetico. E, pur

concentrando la sua vicenda professionale tra Milano e Roma, non ha mai

rinunciato al piacere di indagare i segreti nascosti tra le pieghe più recondite

della sua terra. Per rivelarli con la potenza della sua parola. Parola di uomo

di scienza. Parola di poeta. Parola di intellettuale che ha conosciuto e abitato

la modernità. Senza dimenticare, nel contempo, il posto del principio.

E, quel suo punto di partenza, lo racconta così, tracciandone colori e

profili con il pennello della memoria. Con un filo di incanto, al riparo dalla

nostalgia.

Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi,

a chi scende per la stretta degli Alburni

o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,

al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte

con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato,

negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante,

la Lucania apre le sue lande,

le sue valli dove i fiumi scorrono lenti

come fiumi di polvere […].

 

(*) Direttore Fondazione Leonardo Sinisgalli

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