Continua, a Corleto Perticara, il trend positivo di eventi fuori dagli schemi tradizionali. Non perché in altre località non siano capaci, anzi sicuramente anche altri Borghi e paesi stanno dando una svolta alle attività culturali e di svago, svecchiando e sprovincializzando il “copione” utilizzato per allietare le giornate di festività estive. Un esempio compiuto è, sicuramente, La Luna e i calanchi ad Aliano, ma anche i vari spettacoli che si svolgono nei parchi e nelle aree di interesse storico-archeologico. C’è quindi, a mio parere, un modo nuovo che sta attraversando in maniera trasversale i paesi dell’interno della Basilicata; un modo che pesca nella profondità della nostalgia, coinvolgendo le persone che sono (ri)approdate nell’alta valle del Sauro o per gioia di (ri)incontrare gli amici o perché in alternativa a Riccione, Ibiza o Santorini, devono sottostare ai programmi dei genitori per onorare i Nonni. Ovviamente è una nostalgia che interessa anche i tanti che animano questi luoghi durante le altre stagioni dell’anno. Le stagioni appunto, ovvero l’alternarsi delle condizioni astronomiche o metereologiche ovverosia le banalissime estate, autunno, inverno e primavera.
La Fenice, associazione culturale di Corleto Perticara, ha organizzato la celebrazione delle stagioni con una sfilata che ha coinvolto paesani, paesani di ritorno, visitatori e anche persone volenterose venute dai paesi viciniori. Con un modo di rappresentare le stagioni che pesca nella storia di questi luoghi, perché in quella storia le stagioni rappresentavano lo scorrere della vita. Oggi non è un caso se spesso ci sentiamo dire: non ci sono più le stagioni di una volta.
Dunque, per stare alla giornata del 13 agosto, a Corleto Perticara, capitanati da una presidente (Caterina Donnoli) che dire tenace è poco, con una squadra di infaticabili collaboratori, ha messo in scena uno spettacolo raffigurante le quattro stagioni; viste con l’occhio rivolto alla storia ed alle tradizioni del luogo.
In paese hanno sfilato quattro gruppi per un totale di oltre cento persone, ognuna con i frutti, gli arnesi, l’abbigliamento e le faccende – e pure le facezie – del periodo, e ciò ci ha indotto a pensare al lavoro di squadra e di coinvolgimento di un’intera comunità. Perché un popolo che sa raccontarsi è un popolo che sa amarsi ed evolversi, e nell’alto Sauro, faticando, si incomincia a vedere un nuovo modo di affrontare i tempi e di osservare i cambiamenti.
Un dì venivano a studiarci e ci descrivevano comparandoci con modelli di vita e di società diverse dai nostri, e per questo un passo indietro. Eravamo quelli delle feste dei poveri, quelli che parlavano una lingua diversa ed a loro dire analfabeti. Eravamo quelli delle galline e del maiale sotto il letto, del mulo che la mattina usciva con atteggiamento di sussiego dalle case interrate, buie e affumicate. Da quelle case abitate da persone dalle facce torve e rubiconde dove la culla era pendula dal soffitto. Eravamo quelli che posavano per l’abbisogna del fotografo di reportage o del fotografo di scena a seguito dell’antropologo di turno. E così il mondo ha osservato persone dalla lingua incomprensibile, donne morse dalle tarante collassare a terra, uomini al passo dietro un asino con la falce in resta o intenti a circuire donne dalle lunghe pacchiane mentre l’organetto soffiava suoni diatonici. Eravamo, sovente, inconsapevoli attori di una narrazione che ci descrisse radiografando – a mio parere – lo stato ma non le radici né l’importanza della nostra storia.
Oggi la storia lucana la raccontano i Lucani, ed è una storia diversa, orgogliosa e rispettosa del proprio passato. Al punto che la bontà, la necessità di ritmi meno frenetici è diventata una cura tanto da essere agognata dai tanti che la osannano con i festival: la paesologia di Franco Arminio docet.
La Fenice ha saputo descrivere, scrivere e declamare stornelli, poesie e canti rappresentativi delle stagioni. Esponendo mercanzie agricole e zootecniche, prodotti della terra e dell’arte culinaria. Strumenti di lavoro e abiti del periodo. Un tripudio di storia ed orgoglio di un intero territorio, organizzato con fatica, impegno e studio. In paese ormai incominciano a sfilare non solo concerti bandistici e fercoli di santi ma la storia di un popolo che ha resistito e resiste tutt’ora al canto delle sirene che lo vorrebbero altrove. E quel cambio di visione di cui dicevo in esordio è la forza di ogni buona riuscita, perché raggiunge traguardi importanti passando per momenti di fatica ma di solida socialità e valorizzazione della forza dei rapporti umani.
Teniamo bene a mente i momenti culturali degli ultimi due anni, perché saranno quel punto di partenza, quando le cose saranno cambiate, per sapere dove era collocato il blocco da cui tutto ebbe inizio. Perché le cose stanno cambiando, e cambieranno ancora in meglio se solo questa tenacia resta viva ed alimentata dal soffio di chi ama la propria gente e la propria terra.
Gianfranco Massaro – Agos












