Nell’ultimo periodo abbiamo visto l’uso massiccio di IA generativa per manipolare l’opinione pubblica durante i conflitti come quello tra Israele e Iran. Immagini di missili spettacolari su Tel Aviv o video di folle festanti a Teheran (entrambi falsi) hanno ottenuto decine di milioni di visualizzazioni prima di essere smentiti. Non tutti sanno dove “guardare” per capire se un video o una immagine sia frutto di IA e questo ci porta in una sorta di “zona grigia” dell’informazione che rende i nostri giudizi più vulnerabili. Viviamo così nel paradosso quotidiano di dare un’etichetta a qualsiasi notizia possa destare il nostro interesse, ovvero stabilire se quel contenuto sia generato o meno dall’IA. Pertanto, ciò che era nato come uno strumento di trasparenza si è trasformato in un sintomo di sfiducia. La realtà diventa così un campo minato dove è quasi impossibile muoversi tra le trappole della disinformazione dando origine a una cultura del sospetto dove la manipolazione la fa da padrone. Fino a ieri l’onere della prova spettava al “falso”, oggi, invece, sembra quasi che spetti alle vere news. E allora come facciamo a mettere un bollo su ciò che è reale? A capire se un contenuto è artificiale? Tutto è vero, nulla è vero! Qui entra in gioco il nostro spirito critico che diventa un rumore di fondo in una stanza di soli contenuti “sintetici”. Se ogni contenuto deve essere accompagnato da un certificato o un bollino, significa allora che abbiamo accettato che la realtà sia diventata un qualcosa di “facoltativo”. E’ importante non fare atrofizzare il nostro senso critico attraverso una lettura più attenta delle fonti e dei contenuti, “masticare” la notizia con calma senza farci prendere dalla velocità e dalle emozioni. Solo così possiamo evitare di diventare spettatori passivi di una effettività che viene manipolata sotto i nostri occhi in modo da distinguere quel nesso di causa-effetto che diventa un potente filtro logico per smascherare notizie false o alterate.
Mimmo Toscano




