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I “viaggi della speranza” dei lucani per farsi curare fuori regione


I cosiddetti “viaggi della speranza” dei lucani, ossia la scelta di farsi curare in strutture sanitarie di altre regioni, costa ogni giorno alla Regione 313 mila euro per una spesa annua complessiva (dato 2017) di 114,5 milioni di euro. Solo grazie però all’attrazione di alcune strutture di eccellenza pubbliche e private (su tutte l’Ospedale San Carlo di Potenza, quello di Matera e centri di diagnostica a Matera) si recupera poco meno di 200 mila euro al giorno (76,1 milioni di euro l’anno) con un debito complessivo di 38,3 milioni di euro che la Regione Basilicata versa alle altre Regioni. Ma la mobilita’ sanitaria interregionale e’ un mare magnum ancora poco trasparente sul piano economico. E’ quanto segnala la Fondazione Gimbe in un report riferito al 2017 che – evidenzia Sanità Futura – conferma e rilancia il nostro allarme lanciato da anni con dati identici diffusi dal nostro Centro Studi.

Le Regioni con maggiori capacita’ attrattive sono Lombardia (25,2%) ed Emilia Romagna (13,3%), che insieme ricevono oltre 1/3 della mobilita’ attiva; un ulteriore 27% viene attratto da Veneto (8,7%), Toscana (7,8%), Lazio (7,7%) e Piemonte (4,5%).  Il rimanente 33% della mobilita’ attiva si distribuisce nelle rimanenti 15 Regioni, oltre al Bambin Gesu’ (195,4 milioni) e all’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare
Ordine di Malta (43,7 milioni). In generale, esiste una forte capacita’ attrattiva delle grandi Regioni del Nord, a cui fa da contraltare quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud, con la sola eccezione del Lazio. Al contrario, le Regioni con maggiore indice di fuga dei propri residenti sono Lazio (13,9%) e Campania (10,1%) che
insieme contribuiscono a quasi il 25% della mobilita’ passiva; un ulteriore 29% riguarda Lombardia (7,7%), Calabria (7,5%),Puglia (7,4%), Sicilia (6,5%) e il 46,8% si distribuisce nelle rimanenti 15 Regioni.

“Dalla valutazione comparativa dei saldi – puntualizza Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe –  emerge che le Regioni con saldo positivo superiore a 100 milioni sono tutte del Nord, mentre quelle con saldo negativo maggiore di 100 milioni tuttedel Centro-Sud”. “Il report GIMBE propone un nuovo indicatore – precisa Cartabellotta –  il “saldo pro-capite di mobilita’ sanitaria”, che permette di analizzare e interpretare i saldi in relazione alla popolazione residente determinando una ricomposizione della classifica, da cui emergono due dati molto rilevanti: il Molise sale sul podio insieme a Lombardia ed Emilia Romagna, mentre peggiora ulteriormente la posizione della Calabria, dove ciascun cittadino residente ha un saldo pro-capite negativo di163, superiore alla somma del saldo pro-capite positivo di Lombardia ed Emilia Romagna”.


E allora – è il commento di Giuseppe De Marzio di Sanità Futura – perché non seguire l’esempio del Molise tenuto conto che abbiamo strutture e centri collocati ai confini geografici con utenze vaste come nel caso di Matera per il bacino pugliese? Non si sottovaluti che l’accordo interregionale sulla mobilità sanitaria è un accordo di solidarietà in quanto – come non mancano di spiegare i numerosi Governatori delle Regioni virtuose – i pazienti che provenienti da fuori Regione, hanno patologie vere e l’urgenza di ricevere prestazioni sanitarie adeguate, non si affermi perciò che alcune Regioni guadagnano o speculano curando i cittadini di altre Regioni. Quel che è certo è che il Piano nazionale mobilità  dovrà superare la dimensione squisitamente finanziaria che ha caratterizzato il tema negli ultimi anni per garantire effettivamente il diritto alla salute uguale per tutti gli italiani, siano residenti in una regione o in un’altra, del nord, del centro, o del sud di questo paese indivisibile chiamato Italia”.

Una cosa è certa – dice ancora De Marzio – non si deve più ripetere a Matera e nel resto della regione l’amara esperienza degli ultimi anni del “respingimento” di utenti extraregionali, in numero sempre più crescente affetti da patologie gravi come quelle oncologiche, che si vorrebbe imporre alle strutture sanitarie private accreditate e che burocraticamente viene chiamato con il nome di “mobilità attiva”. Una questione dunque che ha implicazioni sulla cura e sulla prevenzione della salute di migliaia di cittadini, specie della Puglia e della Calabria, ma di tante altre regioni, che scelgono strutture e centri specializzati di Matera e della nostra regione per sfuggire alle liste di attesa della propria regione e che ha un peso importante per bilanciare la “mobilità passiva” vale a dire il ricorso di lucani a strutture e centri di altre regioni con un costo a saldo per la sanità lucana intorno ai 39 milioni di euro l’anno. Su questo tema non ci può essere “interpretazione” di normativa che impedisca ad un cittadino di Lecce di rivolgersi ad un Centro accreditato di Matera.
Il dato di partenza è che un paziente lucano su quattro si fa ricoverare in una struttura extraregionale, in molti casi anche per cosiddette operazioni “di routine”, con una percentuale che è tra le più alte d’Italia. Da una lettura più approfondita dei numeri si scopre poi come vi siano alcune realtà regionali dove il fenomeno della mobilità sanitaria, sia attiva che passiva è molto elevato. Noi emigriamo di più di quanto non immigriamo ed il saldo ci punisce severamente; regioni cosiddette virtuose fanno il contrario. Per noi la priorità è un riposizionamento delle politiche sanitarie e del welfare rapido, incisivo, serio, fortemente orientato alla risoluzione veloce dei punti di maggiore criticità. La nostra ricetta – 4 Torri, intese come strutture delocalizzate rispetto al centro della regione, per azzerare la mobilità passiva ed attrarre utenza extraregionale – si fonda sulla presa in carico di un problema più grande che chiede un approccio interdisciplinare, fatto di reale semplificazione amministrativa, di formazione professionale, di investimenti nell’implementazione di nuove tecnologie, di innovazione dei processi aziendali, di integrazione con altri mondi produttivi. Si pensi inoltre che è possibile offrire servizi “all in day”, in un solo giorno, soprattutto di prevenzione per evitare inutili e costose degenze ospedaliere

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