I Nativi di Basilicata, la restanza, la resistenza e le teorie Lombrosiane

Le resistenze di gruppi di cittadini ad alcuni processi di industrializzazione fanno ritornare alla mente scampoli di storia e di filmografia del genere WESTERN. Quei mitici anni della filmografia americana con Clint Eastwood, Charles Bronson, John Wayne,  Franco Nero e tanti altri che credo siano rimasti nella storia del cinema.

Non c’è radiogiornale, telegiornale o testata locale che in un giorno non riporti una manifestazione contro qualche realizzazione di impianto industriale; che sia una torre eolica, un campo di pannelli fotovoltaici o di produzione da biomassa o di compostaggio per arrivare fino allo sfruttamento minerario e, quando ce ne sono, di arterie stradali importanti. Ci sono comitati di ogni ordine e grado con proclami, osservazioni, contestazioni e minacce di tumulti.

Siamo disincantati come lo erano i nativi d’America che videro arrivare i bianchi e furono soprannominati Sioux o più genericamente Pellerossa.  E con la scusa che il progresso stava nel verbo del vecchio continente i bianchi cercavano di civilizzare, ma soppiantandoli, i nativi; che non riuscivano a comprendere le ragioni e le necessità delle ferrovie che avrebbero consentito al “Cavallo di Ferro” di correre sbuffando per le praterie dei territori liberi.  Gli “Amerindi”, come sinteticamente venivano definiti gli Indiani d’America, perirono e si ridussero di numero, quasi all’estinzione per via delle guerre di conquista, perdita del loro ambiente, cambio dello stile di vita e soprattutto malattie contro cui i popoli nativi non avevano difese immunitarie, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio poiché considerati barbari dal sol fatto di avere un profilo anatomico diverso dai coloni del vecchio continente.

In Basilicata non saremo oggetto di sterminio né di guerre di conquista (nell’accezione militare del termine) ma siamo certamente sottoposti a cambi di stile di vita, perdita del nostro ambiente e privi di quelle difese immunitarie che ci mantengono distanti dall’essere un’unica cosa con i nostri connazionali del Nord.

Stando alla cronaca, dunque, sembra che la Basilicata sia terra di conquista e noi ignari dello sviluppo tecnologico, sorpresi nel vedere un’autocisterna di petrolio, un pennacchio di fumo che esce da un traliccio industriale, o sprazzi di olezzo industriale che altrove viene definito smog o conseguenza del progresso. Siamo disincantati difronte al minimo cambiamento pur non essendo primordiali come i Sioux o gli Arapaho.

Restiamo perché vogliamo vedere progredire la nostra terra; la restanza di chi crede che la Basilicata possa agganciare il progresso è anche sostenuta da politiche di governo ma deve fare i conti con la resistenza di chi teme il progresso o ritiene che il progresso sia argomento che deve impattare altrove. Le ferrovie americane venivano contestate perché nonostante portassero utilità effimera alle tribù che avevano capito che col treno viaggiavano anche le merci che venivano frequentemente scambiate con i bianchi, dividevano le praterie dove scorrazzavano le grandi mandrie di Bisonti e che disturbati dal treno si tenevano alla larga dai territori tradizionali di caccia.

Ora da noi succede che in tanti posti le industrie stanno premendo sulle matrici ambientali spostando abitudini della fauna, imponendo le modifiche di consuetudini delle greggi al pascolo e delle mandrie della transumanza; ma la differenza dovrebbe stare nel fatto che noi non abbiamo genti che portano piume d’uccello in testa ed hanno nomi fantasiosi che si rifanno ad eventi della natura.

Non abbiamo Nuvola Rossa che spiega le previsioni meteo o Gatto Pazzo che scorrazza per i paesi o, anche, Toro Seduto che governa un territorio. Noi abbiamo Persone con un nome convenzionale le cui attitudini professionali e personali stanno nella sua storia e nel suo curricula di studio. Abbiamo ingegneri, medici, geometri, avvocati, letterati e pensatori di ogni ordine e grado. Abbiamo gente che nella restanza potrebbe avere un ruolo decisivo di rilancio culturale e produttivo della Regione, abbiamo figure rigide e dalla schiena dritta, che nella resistenza potrebbero sostenere cambiamenti non distruttivi. Abbiamo lineamenti che ci caratterizzano non per sostenere le teorie lombrosiane ma per smentirle per via del fatto che un cranio dal profilo scolpito, uno sguardo fermo e allucinato sarà caratteristica di grande profilo professionale o di fermezza di idee e non da ascrivere come propensione al crimine per via delle sue caratteristiche anatomiche, come Lombroso sosteneva con le sue teorie criminologhe.

No, qui ci sono professionisti che se solo decidessero di restare potrebbero sostenere ogni tipo di cambiamento con la grazia e la cognizione professionale e scientifica che ogni cambiamento richiede. Qui ci sarebbero cambiamenti da chiedere e non da avversare per tentare di raggiungere il progresso. Ogni grande cambiamento viene anticipato da operatori d’avanguardia che “porta con sé talmente tanto progresso ed un codazzo di umanità portatrice di così tanto Whisky da uccidere tutti gli indiani”, disse il generale Sheridan quando fu chiamato a proteggere i cantieri della Union Pacific Railroad dagli attacchi dei nativi d’America.

Da noi lo scontro non avviene con i cavalli, né attorno alle ferrovie (che pure ci vorrebbero) ma attorno ai tavoli di concertazione dove siedono, da un lato le company e dall’altro i Nativi rappresentati dai saggi declinati dal linguaggio burocratico e non dalla loro attitudine all’avventura o fenomeni metereologici come per i Sioux o gli Arapaho.  Ma la storia dei nativi la si legge per periodi aggregati e non certo per annate legislative e quando, tra qualche secolo, qualcuno leggerà la storia dei nostri giorni, leggerà qualche paginetta dove sarà riportato l’affanno a ricucire un’Italia  unitasi nella seconda metà  del diciannovesimo secolo, a causa anche di due guerre mondiali ed un breve periodo di dittatura fascista; il periodo della seconda metà del ventesimo secolo caratterizzato da una discreta ripresa economica cui faceva da fanalino di coda una parte meridionale caratterizzata da gente poco avvezza al lavoro ed al rispetto delle regole. E, nello specifico, per la Basilicata, oltre alle indagini antropologiche, qualche riga rispetto al disincanto di chi vedeva il progresso come un fastidio, e le Royalties come il Whisky.

Gianfranco Massaro    – Agos

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