La ragione? Il declino nel rapporto commerciale con gli Stati Uniti si è consumato ben prima che le tariffe entrassero in vigore.
I dati Istat documentano con precisione questo fenomeno: nel 2024 l’export regionale verso l’America rappresentava il 7% del totale, in caduta libera dal 22% dell’anno precedente.
In termini assoluti, nei primi nove mesi dell’anno scorso il valore delle esportazioni verso i mercati a stelle e strisce si è fermato a 84 milioni di euro: un calo dell’83% rispetto al 2023, quando la vendita di prodotti “made in Basilicata” agli Stati Uniti ha fruttato quasi 500 milioni di euro.
A essere colpito è stato soprattutto il settore automobilistico: da 525 milioni di euro si è passati a 2,5 milioni: un crollo di quasi il cento per cento.
Secondo il giornalista economico lucano Gianni Molinari questo scenario renderebbe la Basilicata “poco o nulla esposta” ai dazi americani.
Anche secondo il presidente di Confindustria Basilicata, Francesco Somma, la Basilicata “non è tra le regioni che, prevedibilmente, subiranno le maggiori perdite”.
Tuttavia, aggiunge Somma, “questa non può essere una consolazione, dal momento che conferma il quadro di un’economia già sofferente che va incontro a nuove difficoltà”.
Prudente l’approccio della politica regionale con L’assessore allo Sviluppo Economico Francesco Cupparo che sottolinea la necessità di “valutare, insieme alle associazioni imprenditoriali, gli effetti per ogni singolo comparto”, Confindustria ha individuato i settori più vulnerabili: “Agroindustria, meccanica e mobile imbottito sono le nostre produzioni maggiormente impattate dai dazi” spiega Somma. Un’attenzione particolare “andrà poi riservata al settore farmaceutico, per il quale c’è ancora poca chiarezza rispetto a possibili esenzioni per farmaci generici o principi attivi”, aggiunge il presidente degli industriali lucani.
Da tenere d’occhio anche gli “effetti collaterali derivanti dalle politiche protezionistiche che produrranno un generale aumento del costo delle materie prime”, con particolare preoccupazione per “la svalutazione del dollaro rispetto all’euro che penalizza ulteriormente le vendite all’estero”, conclude Confindustria.




