“First team: Juventus”, la serie TV delude le aspettative dei tifosi

di Michela Castelluccio

Sicuramente i tifosi juventini si sarebbero aspettati contenuti più avvincenti dall’attesissima serie TV documentaria in 3 episodi, distribuita da Netflix, scritta da Aaron Cohen e Robert Liano e dedicata alla loro squadra del cuore. Tutti, troppo delusi (forse) soprattutto per l’assenza di riferimenti ai tatticismi segretissimi di Allegri, o – in modo più semplice – di comprendere le dinamiche di percorso mirato alla vittoria di ogni partita. Ok, nulla di così appetibile ha riguardato la serie TV in questione, anzi, si può dire che First team: Juventus, nel corso del rituale della foto promozionale di inizio stagione, aveva già definito in sé i canoni del suo prodotto, i quali hanno più a che fare con la pubblicistica e la campagna di marketing, e non con l’approfondimento giornalistico o cinematografico. In circa due ore di visione, la miniserie ripercorre la prima parte di stagione 2017/2018 della squadra bianconera, seguendone gli allenamenti, intervistando giocatori e dirigenti, contrappuntando il “dietro le quinte” della più importante squadra calcistica italiana con le partite della stagione. Insomma, se volessimo definire il senso del prodotto in questione, potremmo considerarlo un videone da allegare alla rivista ufficiale, ma in confezione extra-lusso. First team: Juventus, oltretutto, segue interamente il rituale delle tappe stagionali ma lo intervalla con momenti che in prodotti del genere non si trovano, come la vita privata dei giocatori – Pjanic assieme al figlio che gioca a calcio dentro casa, Marchisio che si gode la tranquillità di un caffè – e altri che invece dettano la nuova strada della Juventus, quella della società che deve far conoscere il marchio soprattutto all’estero, ma ad un pubblico extra-europeo poco avvezzo alla dinamiche interne del nostro calcio; quindi illustrare tutte le attività collaterali al gioco e all’allenamento, ovvero quelle che hanno a che fare con sponsor e promozione, con il mercato. Non a caso l’operazione fa il paio con il nuovo logo, figlio di uno sport brandizzato. Dunque, se vincente è stata sul piano di strategia di marketing, occasione mancata lo è per non aver colto l’occasione di svelare ai tifosi cosa sia la Juve quando le luci in campo sono spente. Invece, la serie sfrutta una tecnica da spot applicata alle TV sportive in alta definizione, al fine di far conoscere il marchio più che la squadra, per esportarsi anziché andare a fondo. 

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