Coronavirus: una pandemia che si ripete come la Spagnola?

L'approfondimento di Antonio Molfese

Fra l’ottobre del 1918 e il gennaio del 1919 ( la pandemia durò fino al 1920) in tutto il mondo si scatenò una terribile pandemia influenzale, che nel volgere di poco più di tre mesi provocò la morte di oltre ventuno milioni di persone(solo in Italia  le vittime furono 375.000) e  prese il nome di “spagnola” poiché la sua esistenza fu riportata dapprima soltanto dai giornali spagnoli: la Spagna non era coinvolta nella prima guerra mondiale e la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra; invece nei paesi belligeranti la rapida diffusione della malattia fu nascosta dai mezzi d’informazione, che tendevano a parlarne come di un’epidemia circoscritta alla Spagna (dove venne colpito anche il re Alfonso XIII)

In Europa non era ancora stata dimenticata la prima guerra mondiale allorché tale nuovo “flagello biblico” si abbatté sulle popolazioni già tanto provate da anni di privazioni e restrizioni alimentari, provocando un’altra e ancora maggiore ecatombe: la malattia – paragonabile per virulenza e mortalità alla famosa Morte Nera del Medioevo – sviluppatasi in Europa si diffuse fulmineamente in tutto il mondo.

 Fu l’epidemia più spaventosa dopo quelle del Medio Evo, che costò più 21 milioni di vite umane e, in un modo o nell’altro, interessò più di un miliardo di uomini – e cioè la metà della popolazione del globo -, avrebbe dovuto rimanere indelebilmente impressa nella coscienza umana, e, per coloro che ne furono le vittime, la spagnola è oggi più di un ricordo.

Il morbo falciò milione di vite, anche in America, ed alcuni scienziati data la gravità dell’infezione, avevano compreso che erano in gioco le sorti dell’intera civiltà, giacché la medicina dell’epoca poteva poco più che nel Medio Evo  quando una croce rossa dipinta sulla porta di una casa colpita dal contagio, con la scritta “Dio abbi pietà di noi”, rappresentava il massimo della scienza medica dell’epoca. La caratteristica più sconcertante della spagnola fu la sua labilità, il fatto che, una volta passata, non ne rimase traccia.Il ricordo “dal vivo” di sopravvissuti[1] ricercati ovunque e gli imponenti studi bibliografici condotti in tutto il mondo hanno permesso la ricostruzione della storia della malattia, mettendo in luce le reazioni di persone e ambienti davanti a quel dramma mondiale.

[1]E’ proprio di mia madre Giuseppina Camodeca de’ Coroney arberesche di Castroregio (Cosenza) morta a 105 anni, il ricordo della spagnola; abitava in un paese albanese di Calabria privo di strade rotabili, ma nonostante questo la “spagnola” arrivò a dorso di mulo. Fu combattuta con una sana alimentazione e con il fumo di sigarette fumato e diffuso nell’ambiente oltre che l’uso di infusi di erbe che lo zio medico, Domenico Camodeca, preparava estemporaneamente.

I dati chiarificatori la malattia furono scarsi ed a tutt’oggi nessuno può dire con sicurezza dove la malattia incominciò, dove finì e nemmeno quale fu il virus che la determinò.

La teoria più accreditata è quella dei maiali infetti: il virus influenzale suino, piuttosto benigno, agendo in associazione con il bacillo di Pfeiffer, egualmente poco virulento – processo che i virologi chiamano sinergismo – diede luogo, in questa combinazione, ad un virus letale e potentissimo che colpì i polmoni umani senza lasciar loro alcuna possibilità di guarigione. Oggi la maggior parte degli esperti di influenza convengono almeno che il virus dell’influenza dei suini – Suino “A” – possa essere un discendente diretto del virus mortale 1918; resta tuttavia senza spiegazione il motivo per cui il virus ha mantenuto la propria attitudine ad infettare i maiali, perdendo quella di colpire l’uomo. Può darsi che la pandemia si ripeta?[2] [3]

Considerando che il virus che si ritiene causa della pandemia esiste ancora nei maiali, la maggior parte dei virologi risponde di sì.

E’l’attuale pandemia una replica della SPAGNOLA?Ai posteri l’ardua sentenza!.

 

[1]Antonio Molfese medico giornalista torremolfese.altervista.org

[2]Dal 1957 le due principali epidemie hanno avuto origine dal continente cinese, dove i virologi avevano pochi contatti con l’Organizzazione Mondiale della Sanità; in Hong-Kong, da dove i collegamenti della W.H.O. riferirono per la prima volta la comparsa dei virus, è che ora è a portata di jet da ogni capitale mondiale: poco più di diciotto ore di volo da New York, sedici da Londra, quindici e mezzo da Parigi, dodici da Roma, quattordici da Madrid.

[3]Perciò nonostante la vigilanza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, non è escluso che una nuova spagnola, portata da un ignaro passeggero, possa una bella mattina atterrare all’aeroporto Kennedy, Heathrow,, Orly, Malpensa o al Leonardo da Vinci .. toccando la pista alla velocità di frenata di 260 chilometri l’ora … superando il controllo passaporti ..,. passandore, senza destar sospetto, l’Ufficio Immigrazione e l’Ufficio Sanitario dell’aeroporto……Forse questo è accaduto!.

 

 

 

 

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