Corleto Perticara: L’Undici di giugno del 1959 veniva restituita al culto la chiesa di Sant’Antonio da Padova.

Bisogna partire dal Latino, quando si narrano eventi svoltisi in Chiesa. La lingua che, se pur accantonata, resta la naturale locuzione delle omelie e delle prediche; forse per via del suono che combacia bene con le raccomandazioni e prediche liturgiche. E dunque quale miglior locuzione avverbiale se non “ex novo” per descrivere il sessantesimo anno della rinascita della chiesa di S. Antonio?  Una chiesa dalla storia lunga, che parte dalla costruzione (anno 1594) del convento dei Padri Minori Osservanti Mendicanti di San Francesco e, con una vita ed una sorte sinusoidale, arriva ai giorni nostri. La comunità Corletana era riunita, non con la stessa densità ed intensità, come le foto ci mostrano lo stesso giorno del giugno 1959, ma c’era. Erano in tanti in chiesa a sentire la storia di questa chiesa che nasce da una costola del Convento di S. Maria Maddalena, che si presenta con un certo sussiego rispetto alla parte urbana che va a valle verso il centro del paese, e dove è sita la chiesa madre. Una paziente e sapiente ricostruzione storica fatta dal Dr. Michele Lavella fa rivivere la vita Corletana in tutti i suoi aspetti e le sue peculiarità, legate sia ai fatti socio politici che religiosi. Una ricostruzione minuziosa con analisi ed esegesi di atti e documenti che solo chi conosce l’arte e la materia può fare, scovando ed interpretando ogni sorta di documento.

E la curiosità del mio ridondante pensiero, durante il convegno, ad una cosa nuova e non ad una ricostruzione storica minuziosa, viene soddisfatta dall’incipit della poesia di Maria Teresa Filippo, letta alla fine della cerimonia dal Professore Giuseppe Massaro, che dice:

A chiesa nova d’ S.Antoniie jè pur’bell ma nunnè

Cum’a chedd’ d’prim’.

Foss’  s’r ‘v ‘dess’, l’altar’ mbront’a

Purt’ cell’ d’ l’Ostia Santa.

 

Dunque tra le tante vicissitudini della chiesa, legata al convento e poi geograficamente e catastalmente staccata da esso, prima di essere portata allo splendore odierno, la portano ad essere bombardata, nel 1943 durante il secondo conflitto mondiale, a rovinare a terra con tutta la sua imponenza. Immagino non per la stessa motivazione strategica che toccò all’abbazia di Montecassino, ma solo e soltanto perché i bombardamenti interessavano tutte le direttrici viarie utilizzate dalle truppe tedesche in risalita verso il nord della penisola.

Ma ciò non importa.  Veniamo alla giornata commemorativa.  La comunità Corletana rimembra lo sforzo che volle fare la popolazione per ridare al paese un posto che, come ricorda il Vescovo, rappresentava e rappresenta il luogo di tutti, il luogo di tutte le anime che si riconoscono nella vita parrocchiale.  La Chiesa ha tante ricchezze, dall’Organo a canne restaurato di recente, a statue e dipinti di valore storico artistico imponderabile. Basti pensare al mosaico del maestro Antonello Giuseppe Loene, alla tela d’autore ignoto ed una statua lignea di S. Antonio risalenti al XVIII secolo.  Ma ciò che emerge e mi colpisce è l’aspetto resiliente di una popolazione che martoriata dal bombardamento aereo, rimasta senza case e stremata nell’animo e nel fisico, trova la forza di reagire e di avviare una colletta, seppur in epoca di stenti, per vedere ricostruito un luogo che nella sua imponenza dava, e doveva continuare a dare, il segno della grandezza dell’intera comunità. La chiesa oggi si presenta con una facciata imponente realizzata con pietra di Teggiano, ricca di tutte quelle opere artistiche che dicevo sopra, ed i Corletani ne vanno fieri tanto che più di qualcuno voleva dire la sua in merito a questo importante fabbricato Storico-Religioso.  La statua merita una menzione a parte; statua lignea del XVIII secolo che viene sottoposta a passaggi di restauro per mano di un maestro artigiano del posto, Egidio Lauria, che ritiene, per salvarla dal tarlo, di sottoporla ad una quarantena, in una camera satura di gas, simile ad una tortura del tipo scoperte nei campi di sterminio. Ne modifica il poggio con un ceppo di legno d’ulivo e ne “arricchisce” la base – con due angioletti – che riproduce la nuvola ove levita il santo di Padova con in mano un libro ed il bambinello. La statua oggi si presenta, oltre che con il verso giusto e non speculare come per anni le cartoline, ricavate da un’immagine al “negativo”, l’anno ostentata al pubblico ma anche con un vestito merlato bianco e poggiata su un baldacchino processionale rinforzato, per rendere sicuro il trasporto in spalla durante le processioni per le vie del paese. Ed anche qui “l’ex novo” ci sta tutto, perché in ogni ricostruzione c’è l’estensione del pensiero dominante del momento. Del resto è naturale pensare che non sarebbe certo come si presenta oggi, la chiesa di Sant’Antonio, se fosse stata ricostruita nel decennio scorso invece che nel decennio dell’immediato dopoguerra.  Ma sua Eccellenza, Mons. Giovanni Intini, dopo aver ascoltato l’introduzione del direttore dell’archivio diocesano di Tricarico, Don Nicola Soldo, i saluti del Sindaco, Antonio Massari, l’ottima relazione dello storico, Michele Lavella, e le spiegazioni della libera interpretazione restaurativa della statua lignea da parte di Egidio Lauria, deve dedicare pochi minuti ad un’altra osservazione ovvero all’importanza di venerare un santo che sia elevato a santo patrono con gli onori che a questo rango gli spetta; il patronus ovvero il protettore a cui era dovuta devozione. E, stando agli atti, San Potito, protettore di Corleto, non gode delle stesse attenzioni che godono Sant’Antonio da Padova e San Rocco, per carità, non perché vi siano santi minori, ma un senso per soddisfare la platea dei fedeli occorre pure darlo; e, dunque, sua eccellenza lancia un’idea invitando tutti a dormirci sopra ed a riflettere al netto di ciò che in sogno gli verrà suggerito, eccola: assurgere a compatroni di Corleto Perticara Sant’Antonio e San Rocco, sotto l’egida della Madonna. Il mormorio ed il vocio ha lasciato intendere che la soluzione è giusta, ma il Vescovo ha invitato tutti a riflettere bene ed a partecipare il proprio sentimento al parroco, Don Vincenzo Cantore, che con la sua grazia, la sua delicatezza e la sua bontà ha riannodato le fila di una “comunità” che attraverso i confini di una parrocchia sfoggiava orgogli di contrada che a nulla valgono in una “comunità” che è chiamata, dai fatti, a camminare unita. Don Vincenzo ha voluto fortemente questa giornata e bene ha fatto, perché si è vista la capacità di resilienza di una popolazione che da tempo immemore rappresenta un centro importante non solo per l’istituto geografico militare che ha posizionato uno dei suoi punti trigonometrici sotto le fondamenta della chiesa di Sant’Antonio, ma anche per le popolazioni dell’alto Sauro e del circondario.  E di questi tempi e per l’immediato divenire della vita socio-politica di Corleto Perticara c’è necessità di camminare insieme, perché le sorti del paese dove ha sede uno dei più importanti complessi industriali d’Italia scandiranno la vita e la sorte di buona parte della Basilicata e del meridione.

Da Corleto Perticara, dalla Chiesa di Sant’Antonio è tutto – Gianfranco Massaro – Agos.  

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