Petrolio in Val d'Agri e Valle del SauroPrimo Piano

Chiusura di Costa Molina 2 ricorso dell’Eni al Tar

Contestata la metodologia delle analisi dell’Arpab sul pozzo di reiniezione

La guerra di dati tra Eni e Arpab sul pozzo Costa Molina 2 finisce davanti al Tar. La compagnia petrolifera ha presentato ricorso al Tribunale amministrativo contro il fermo dell’impianto imposto dalla Regione il 6 ottobre scorso, a seguito di una segnalazione dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente che aveva rilevato la presenza «di sostanze pericolose (Tec e Mdea, appartenenti alla categoria delle ammine) in una delle vasche di stoccaggio e nella testa pozzo». Sostanze legate alla lavorazione del petrolio che non dovrebbero essere presenti nel flusso che va alla reiniezione. L’Eni contesta le analisi dell’Arpab e lamenta gravi perdite economiche per la società derivanti dalla chiusura del pozzo Costa Molina 2 a Montemurro.

Qui la compagnia petrolifera reinietta nel sottosuolo le acque che durante le estrazioni vengono fuori con gli idrocarburi e poi ne vengono separate. In queste acque Arpab aveva rilevato la presenza delle ammine. Da qui la decisione della Regione di chiudere il pozzo. Ma nel ricorso Eni dice che le analisi fatte da Arpab hanno insanabili vizi e non sono attendibili sul piano scientifico. Questo perché l’agenzia, sempre secondo quanto si sostiene nel ricorso, avrebbe usato un metodo non accreditato. Dall’Arpab replicano che le analisi sono state eseguite dal centro di ricerca di Metaponto che conferma l’attendibilità della metodologia usata e del risultato conseguito. Secondo l’Eni, invece, nella acque non c’è traccia delle ammine incriminate. Non solo, nessuna delle sostanze nei valori indicati da Arpab – sostiene Eni – presenta un pericolo specifico per l’ambiente. E ancora: la Regione non ha concesso alcun contraddittorio – aggiunge la compagnia petroliferané durante né dopo le analisi.

La società – si legge nel ricorso – ha dovuto ridurre la produzione giornaliera di petrolio di 13mila barili perdendo tra 500 mila e un milione di euro al giorno. Poi c’è la soluzione obbligata di mandare via autobotte le acque di scarto verso altri impianti di smaltimento. Una situazione che alla lunga – sostiene Eni – può determinare l’interruzione delle attività del Centro olio. Intanto, si continua a lavorare sulle carte di Gianluca Griffa, l’ex responsabile del Centro olio di Viggiano morto suicida nel 2013. La Procura sta valutando l’attendibilità del suo memoriale. C’erano perdite nei serbatoi di stoccaggio del Cova già alla fine del 2012, e l’Eni ne era a conoscenza. Questo almeno sostiene Griffa nel memoriale lasciato prima di togliersi la vita nell’agosto del 2013 e acquisito solo qualche settimana fa dagli inquirenti.

FONTE. PINO PERCIANTE – LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

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