Società e Cultura

Analisi Confcommercio in Basilicata sulla relazione tra la qualità dei servizi offerti ai cittadini con i costi


L’eccesso di spesa pubblica rispetto al “modello di efficienza” dei servizi offerti ai cittadini (Lombardia) in Basilicata pesa per 1.671 euro pro-capite. Per avere i servizi del Trentino Alto Adige ai prezzi della Lombardia, in Basilicata ci sarebbe da reinvestire 1.277 euro pro-capite con una differenza quindi di “spreco netto” da tagliare di 399 euro pro-capite. Sono questi i risultati di un’indagine dell’Ufficio Studi di Confcommercio  sulla spesa pubblica locale rapportata alla qualità e alla quantità dei servizi erogati ai cittadini .

Nell’analisi Confcommercio ha voluto mettere in luce la relazione tra la qualità dei servizi offerti ai cittadini con i costi; in Italia la regione ideale dovrebbe avere i servizi del Trentino Alto Adige ai prezzi della Lombardia. Insomma l’attuale sistema di spesa locale potrebbe con maggiori accortezze (efficienze) risparmiare 66 miliardi di euro. E in tutto questo 5,2 miliardi sarebbero calcolati come “sprechi netti”.

Ma per non limitarsi a temi del tipo “dove si spende di più o di meno” da parte delle amministrazioni locali, l’indagine affronta tematiche direttamente percepite dal cittadino – “quanto si spende” assieme a “per cosa si spende” –  cioè quali sono i servizi pubblici che vengono offerti e fruiti dalle collettività locali. Questo secondo aspetto del problema coinvolge la costruzione di un indice sintetico di output che rappresenta quanti servizi pubblici vengono offerti e fruiti per abitante nelle singole regioni italiane. Le perplessità sull’affidabilità dell’indice, per il quale non c’è una teoria sottostante – sottolineano gli esperti del Centro Studi confederale –  si possono superare sia considerando che vengono valutati ben 25 indicatori elementari tra i più rilevanti, molti utilizzati per esempio nel BES, sia che l’eventuale aggiunta di altri indicatori non modificherebbe radicalmente la rappresentazione in quanto – si pensi per esempio alle performance regionali in campo sanitario – le variabili (mancanti) di output sono correlate (con quelle che già compongono l’indicatore sintetico).

Dunque se al Sud non si spende molto più che al Nord in termini di costo dei servizi pubblici per abitante (in Basilicata la spesa pro-capite è di 3.182 euro con 1.835 euro assorbiti solo dalla sanità), il problema è che di tali servizi se ne producono molto meno. Le fratture più significative nella graduatoria decrescente dell’output regionale sono: tra Veneto e Toscana e tra questa e l’Umbria; poi tra Marche e Basilicata. Da questa regione in poi l’output comincia a essere circa la metà del massimo. L’ultima frattura è quella che relega agli ultimi posti Campania, Calabria e Sicilia, lasciando la Puglia in una posizione un po’ migliore, ma comunque a distanza dalla Sardegna, ultima regione appartenente al gruppo delle collettività con un output medio-basso.

Una prima incontrovertibile conclusione è che in materia di gestione locale della cosa pubblica, le differenze regionali riguardano più i livelli di servizio che le somme di spesa regionale per abitante. Però, se un territorio spende come un altro territorio e offre un servizio sensibilmente inferiore, uno spreco si può senz’altro individuare: per esempio Sicilia e Basilicata spendono per abitante praticamente la medesima cifra con indici di output radicalmente differenti, essendo l’indice di output della Basilicata quasi del 70% superiore a quello della Sicilia Un’indagine – commenta il presidente di Confcommercio Imprese Italia Potenza, Fausto De Mare – tutt’altro che teorica o riservata ad economisti e studiosi. Ci sono indicazioni concrete che riguardano la qualità dei servizi. Oltre la spesa abbiamo calcolato un indice sintetico di beni e servizi offerti ai cittadini da tutte le amministrazioni locali per una valutazione comparativa dell’efficienza della spesa pubblica locale. Le regioni a statuto speciale spendono di più rispetto alle regioni a statuto ordinario. Le regioni più piccole spendono di più di quelle grandi. Tre sono i macro-effetti che determinano l’eccesso di spesa pubblica locale: lo statuto speciale, le economie di scala e il Mezzogiorno. E poi c’è la spesa diretta ed indiretta per la burocrazia. Si pensi solo che Il titolare di una piccola o media impresa deve dedicare circa un mese del suo lavoro a sbrigare le varie pratiche burocratiche, esattamente 269 ore, corrispondenti a 34 giornate di un lavoratore a tempo pieno, il 52% in più della media dei Paesi Ocse, pari a 22 giornate; 70 invece le date che una Pmi deve appuntare sul calendario, tante infatti sono le scadenze fiscali da ricordare ogni anno . Credo che questi esempi – aggiunge De Mare, presidente provinciale di Potenza di Confcommercio Imprese Italia – siano sufficienti per comprendere quanto è ancora lunga la strada della semplificazione e della sburocratizzazione. Per questo parlare di tasse è più facile, mentre  dove prendere risorse è più complicato”.

 L’analisi dell’ufficio Studi ha analizzato anche la questione dell’effetto delle clausole Iva sul Pil e sui consumi. In caso di neutralizzazione delle clausole, il Pil nel 2020 si attesterebbe sullo 0,3% mentre se aumentasse l’Iva il Pil scenderebbe a -0,2%, cioè entreremmo in recessione. Per i consumi lo scarto passerebbe dallo 0,3% senza aumento e a -0,5% in caso di aumento con una “stangata” da 834 euro a famiglia e 375 euro pro capite. Ma i 23,1 miliardi di euro che costerebbe l’aumento dell’Iva sono calcolati in base ai consumi attuali. “Probabilmente – ha osservato il direttore dell’Ufficio Studi Mariano Bella- un aumento dell’imposta determinerebbe un calo dei consumi delle famiglie, quindi non si arriverebbe alla cifra necessaria, con la necessità di reperire ulteriori risorse nel 2021”.

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