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Alzheimer, la speranza lucana per una malattia in crescita

Porta la firma di un lucano, l’ultima scoperta fatta per combattere l’alzheimer, terribile malattia neurologica, che nel mondo continua a mietere vittime. Marcello D’Amelio, originario di Montemilone, piccolo comune della Basilicata, è il giovane scienziato che, con i suoi studi, potrebbe contribuire a svelare qualcosa in più di una patologia che, al momento, non è curabile, se non con le terapie per rallentarne il decorso. Ospite dell’Associazione dei Lucani in Toscana, da sempre molto attiva sul territorio, il prof. D’Amelio nei giorni scorsi ha esposto ad Empoli i progressi compiuti fino ad ora dalla sua equipe ed ha contribuito a sfatare alcuni falsi miti che circolano sulla malattia. Professore di neurofisiologia presso l’Università campus biomedico di Roma e direttore del laboratorio di neuroscienze molecolari presso la fondazione Santa Lucia, sempre nella Capitale, D’Amelio ha accettato di rispondere alle nostre domande. «È noto che il numero di pazienti affetti da forme genetiche di malattia restano pressocchè costanti, cioè non vi è un aumento di persone che scoprono la malattia precocemente e che ne portano «l’informazione» nel proprio patrimonio genetico. Aumentano, invece, ed in maniera vertiginosa, coloro che scoprono la malattia in età avanzata, la forma sporadica di malattia. Per costoro, non essendoci familiarità, si indaga sullo stile di vita e i risultati sono terribili».

In che senso? «Se non ci sono geni alla base della patologia, l’insorgenza di quest’ultima sarà da imputare a fattori quali alcolismo, alimentazione poco corretta, fumo, consumo di sostanze stupefacenti, inquinamento pesante tramite uso di diserbanti, che aumentano il rischio di malattia. Tutti fattori, insomma, che agiscono molto prima che la malattia si manifesti. Quando si è giovani, del resto, il cervello compensa i danni subiti e i comportamenti non tradiscono il danneggiamento. Quando si invecchia, però, il cervello ci chiede il conto e il cedimento si evidenzia tragicamente».

Lo scenario che lei illustra è drammatico. «Sì, lo è. Come i dati che ci informano che nel 2040 i malati raddoppieranno rispetto ad oggi. Il cervello in età adolescenziale è plastico, pronto a recepire stimoli, ad assorbire informazioni. Se lo si intossica, il danno è irreversibile».

Dunque, in che cosa è consistita la sua scoperta? «Io e i mei collaboratori abbiamo individuato una regione del cervello prima non controllata, l’area tegmentale ventrale, che produce una sostanza molto nota, la dopamina. Nelle fasi precoci della malattia, tale area, che regola diverse funzioni che vanno dall’umore, all’appetito, ai cicli sonno-veglia, sembrerebbe danneggiata. Pertanto, apatia, alterazione del sonno, disturbo dell’appetito possono essere considerati campanelli d’allarme che spesso possono manifestarsi prima dell’insorgenza del sintomo tipico: la perdita della memoria. A maggior ragione, quindi, bisogna fare attenzione quando si è giovani a non “sballarsi”, pratica tristemente diffusa tra gli adolescenti. Se si vuole davvero combattere l’alzheimer, perciò, occorre comprendere che non ci si può riferire solo all’anziano, ma anche e soprattutto ai giovani, per i quali la prevenzione tramite un corretto stile di vita è cruciale. In tale processo, è coinvolta la società tutta, la famiglia e la scuola».

Che rapporto ha con la Basilicata?

«È la mia regione, dove vivono i miei genitori, torno appena posso, per stare con loro. Chiaramente, per via del lavoro, il tempo è sempre molto ridotto».

In giro per il mondo e quindi anche in Toscana, dove lei è stato di recente ospite dell’associazione dei lucani, ci sono nostri corregionali molto validi, professionisti apprezzati e stimati. Nessuno, però, pare riesca ad ottenere gli stessi consensi in Basilicata. Come mai, secondo lei?

«La Basilicata purtroppo non offre grosse possibilità nella formazione e nella specializzazione, per cui è naturale che si vada alla ricerca di altri atenei. In Basilicata, per esempio, non esiste un istituto di neuroscienze».

Esclude quindi la possibilità di tornare in Lucania?

«Per natura, non escludo nulla, ma prendo atto che al momento non ci sono le strutture per la ricerca che mi vede impegnato da anni».

Eppure di recente è stata rilanciata l’idea della facoltà di medicina e chirurgia a Potenza.

«Senza dubbio sarebbe un fatto positivo aprire una nuova facoltà di medicina, facendo attenzione a formare, e bene, i nuovi medici, con ottimi docenti e buone strutture. E per strutture non si intende solo reparti ospedalieri, ma anche laboratori di ricerca, dove poter formare nuove generazioni di medici. Spesso, però, la ricerca resta solo uno spot pubblicitario e molto poco si investe in questo ambito. La ricerca è, invece, un requisito fondamentale sia per la formazione dei giovani che per il progresso della medicina. Spesso dimentichiamo che le attuali opportunità terapeutiche sia farmacologiche che chirurgiche sono il risultato di un lavoro di ricerca durato molti anni. È evidente, tuttavia, che investire fondi pubblici in ambito assistenziale porta ad una maggiore considerazione del politico di turno da parte del cittadino, piuttosto che un investimento in ricerca, i cui risultati non sono certamente immediati. A volte, poi, non si investe nè in ricerca nè in assistenza».

FONTE: LUCIA DE GREGORIO

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