Società e Cultura

A proposito del “Sociologo detenuto”


Se dovessi suggerire la lettura di un libro in questo tempo di Quaresima e con l’approssimarsi della Pasqua, non esiterei a dire leggete “Il sociologo detenuto”.

La storia e le parole di Alessandro Limaccio, siciliano di Lentini, detenuto dal 1995, insignito nel 2018 del premio nazionale alla cultura “Sulle ali della libertà” patrocinato dalla Presidenza della Repubblica, aprono una finestra su un mondo rimosso, dimenticato, in cui quotidianamente viene assassinata la Costituzione: quelle patrie galere, per dirla con Marco Pannella, assurte da troppo tempo a luoghi di tortura ma senza torturatori, perché ad essere torturata da uno Stato criminale sul piano tecnico-giuridico è l’intera comunità penitenziaria. Le parole di Enrico Rufi, autore della splendida prefazione, ci ricordano quanto sia urgente occuparsi di una giustizia in bancarotta che a volta diventa giustizia del pentito dire.

 

Rufi, storica voce notturna di Radio Radicale, ha tra l’altro scritto: “Presumo che più d’uno siano i sociologi finiti nelle patrie galere, non necessariamente nei cosiddetti anni di piombo, ma uno solo è diventato sociologo in carcere. Prima con la laurea, poi con un dottorato, rilasciato nel 2017 dall’università di Roma “La Sapienza”. E adesso, sociologo “embedded”, con questo reportage dai vari gironi del mondo carcerario italiano […] Alessandro Limaccio, è siciliano, classe 1971, quattro ergastoli per cinque omicidi. A scanso di equivoci, la sua non è una edificante vicenda di riscatto o di riabilitazione attraverso lo studio. Lui non deve restituire niente alla società. È la società che deve restituire tutto a lui: l’onore e venticinque anni di vita, che gli sono stati tolti in nome del popolo italiano. Ma siccome sulle sue condanne c’è scritto «fine pena mai», il debito nei confronti del sociologo detenuto diventa più pesante ogni giorno che passa”.

Non so se Alessandro riuscirà a passare all’incasso e se il debito contratto verrà un giorno saldato, ma so che sfogliando le pagine di questo libro, leggendo la prefazione di Enrico e l’introduzione di Mauro Palma, Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà, inevitabilmente penso al monito che Marco Pannella rivolgeva alle istituzioni di questa nostra sgangherata Repubblica: “Interrompere la flagranza di reato contro i diritti umani e la Costituzione”.

Scrive ancora Rufi: “La via crucis del Sociologo detenuto non è fatta solo di telefonate anonime, ma anche di “voci confidenziali”, oltre che di pentiti e pseudo pentiti. Si badi bene: i collaboratori protagonisti dei processi di Alessandro Limaccio non si autoaccusano mai, non sono mai presenti sui luoghi dei delitti, ma riferiscono voci e accuse raccolte qua e là nella migliore delle ipotesi. È una voce confidenziale, ad esempio, quella secondo cui il killer – un certo Sandro diventato attraverso una serie di progressivi aggiustamenti di tiro Alessandro Limaccio – era stato visto salire in macchina con un boss mafioso poco prima che quest’ultimo venisse assassinato. Con una dinamica ufficiale del delitto così rocambolesca, con tanto di salto dalla macchina in corsa un attimo prima che finisse in un dirupo e un attimo dopo che la vittima ricevesse un colpo di pistola alla tempia, da lasciare perplesso anche uno stuntman”.

Dopo più di cinque lustri, il Sociologo embedded in quella periferia del mondo che è l’universo carcerario italiano – aggiunge il giornalista di Radio Radicale – ha bruciato ogni record di durata di un’inchiesta etnografica sul campo, tutta vissuta in comunione con la sua gente, come facevano certi missionari-antropologi dei secoli scorsi. È ora di chiudere il capitolo, perché c’è un tempo per ogni cosa. Con questo libro, offerto alla comunità scientifica, agli addetti ai lavori, ai suoi compagni e alla società civile, missione compiuta”.

Chiudo questa mia breve e probabilmente inadeguata recensione citando l’autore, Alessandro Limaccio: “Dal 1995 vivo rinchiuso in carcere da innocente, mescolando la mia vita a quella dei detenuti colpevoli, in mezzo a personaggi e situazioni dove norma e devianza coabitano dentro un crogiolo di esistenze bruciate, frutto e testimonianza di una società popolare sempre più contaminata dall’illegalità. Una realtà estremamente complessa come il carcere non può essere conosciuta se non guardandola dall’interno di una cella, dal lato oscuro dove diventano leggibili le sue regole occulte e si fa permeabile il mistero della sua vita. Quindi a parlare sono i detenuti, che con semplicità e senza giri di parole raccontano la loro esperienza di vita, descrivendo la realtà del carcere in cui vivono e che conoscono bene […] Mi piacerebbe che sulle mura d’ingresso di tutte le carceri italiane vi fosse posta la scritta IL LAVORO RENDE LIBERI. Niente a che vedere con il macabro e beffardo ARBEIT MACHT FREI che campeggiava all’ingresso dei campi di sterminio nazisti, ma promessa di riscatto, concreta possibilità di imparare un mestiere per potersi guadagnare la vita in modo onesto e dignitoso sia in carcere che fuori, e rendersi così liberi dal giogo della devianza”.

Sì, “questa storia etnografica”, se volete questa storia di resistenza, resilienza e azione, questa storia che racconta una vita che non si lascia spezzare e travolgere, merita di essere letta, divulgata, fatta conoscere. E’ tempo di Quaresima ed io non posso che tornare una volta di più ad esprimere l’auspicio che la Pasqua che si avvicina diventi anche Pasqua di resurrezione di diritti umani violati e di rispetto di quella Costituzione scritta sostituita, in questo settantennio di metamorfosi del male e di banalità del male, dalla Costituzione materiale.

 

Di Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani e collaboratore di Radio Radicale

 

 

 

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