Lavoro e Salute

40 anni fa il terremoto che devastò la Basilicata, Summa: “dare risposte per arginare la perdita del lavoro”


“Sono passati ormai quarant’anni  dal sisma che la sera del 23 novembre 1980  ha stravolto la vita di  intere popolazioni, segnando definitivamente la storia dei territori colpiti e lasciando profonde cicatrici nella memoria collettiva. Mai come nel particolare momento storico che stiamo vivendo  questa triste ricorrenza si addensa di significati  e stimola riflessioni nelle quali, per dirla con le parole del famoso storico Dal Pane, la storia è un mezzo per conoscere il passato, comprendere il presente e programmare il futuro”. Così il segretario generale della Cgil Basilicata, Angelo Summa, nel rimarcare il ruolo del sindacato durante e dopo il grave evento sismico che colpì la Basilicata 40 anni fa, lasciando sui territori un costo enorme: tremila morti, più di ottomila feriti e 300mila senzatetto, intere aree produttive rase al suolo e città e paesi scomparsi.

“Il sindacato, allora unito nella Federazione unitaria – ricorda Summa – si trovò ad affrontare una grande sfida. La ripartenza delle zone terremotate fu affidata a strumenti che, seppur fra le tante farraginosità, scandali e inefficienze, ebbero un impatto positivo duraturo. Prima di tutto la creazione della Protezione Civile, un modello che in Europa ci viene invidiato, che costruisce un reale rapporto di collaborazione fra Stato, Regioni ed Enti locali, poi l’istituzione dell’Università della Basilicata il 27 aprile 1982. La sola presenza del polo universitario e della sua occupazione, che arriva a 604 unità considerando anche il personale tecnico-amministrativo, genera un impatto diretto annuale sull’economia superiore a 60 milioni di euro, attivando una produzione indotta sul sistema economico pari a 180 milioni; complessivamente tale produzione attiva un impiego di altre 550 unità di lavoro indotte”.

23 novembre 1980 ore 19:34 – Iniziano i 90 secondi più lunghi della Basilicata

 

Anche la legge 219/1981, creata ad hoc per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma, “pur fra le tante distorsioni generate – spiega Summa – ebbe un peso per la ricostruzione. In Basilicata vennero spesi circa 3.700 miliardi di vecchie lire. L’opera di recupero del patrimonio edilizio, sia pure tra ritardi e lentezze e con tempi diversi da provincia a provincia, è stata quasi ultimata sia in Campania che in Basilicata, al netto della soluzione abitativa ancora da dare a circa 350 residenti del Bucaletto a Potenza. La parte della legge dedicata alle attività produttive è andata più a rilento, ma ha comunque garantito risultati non disprezzabili. In base ai dati della Corte dei Conti sono stati spesi per le attività produttive circa 500 milioni di lire a favore di 137 imprese, di cui 52 sono entrate definitivamente in funzione. Fra queste – aggiunge il segretario della Cgil – vi sono realtà produttive fondamentali, come la Ferrero di Balvano, per una occupazione complessivamente attivata di circa 3.400 addetti diretti ed indiretti. A ciò va aggiunto il finanziamento per la creazione ed infrastrutturazione le nuove aree industriali. Sono state finanziate le aree ASI di Baragiano, Tito, Vitalba, Isca, Viggiano, Melfi, Balvano e Nerico, oltre che le aree per servizi di Melfi, Ruoti, Atella, Potenza e Baragiano. I  costi  preventivati  per  la  realizzazione  dell’intero  programma  di  infrastrutturazione  da  realizzarsi  in  Basilicata, 396  milioni di euro lievitati successivamente a circa 600 milioni, ha consentito di infrastrutturare e potenziare otto aree industriali consortili, di realizzare importanti opere infrastrutturali (Ofantina, collegamenti delle aree industriali di Balvano/Baragiano con la Basentana, Isca-Polla, invaso di Pignola, lavori idrici a Melfi)”.

 

Determinante fu il ruolo del sindacato. “I documenti conservati nell’archivio della CGIL Basilicata – precisa Summa – ci restituiscono il ruolo che seppe rivestire nei tragici giorni dopo il sisma e nella complessa fase della ricostruzione.  Mobilitando a pieno tutte le sue strutture il sindacato riuscì ad articolare la sua azione su diversi piani. Sul piano politico immediata fu la denuncia, anche sui principali organi di stampa nazionali, dei ritardi nei soccorsi e soprattutto dell’assenza di un coordinamento da parte delle autorità preposte alla programmazione e alla pianificazione degli interventi, accompagnata anche da proposte concrete. Il totale impegno nella fase emergenziale, caratterizzata dalla necessità di accorciare i tempi il più possibile e da un’elevata complessità gestionale, non distolse però il sindacato dal suo scopo genetico, ovvero la tutela del lavoro, in un quadro dove il lavoro non c’era più”.

Summa ricorda come i segretari confederali  lanciarono allora la proposta di un servizio del lavoro, con lo scopo di impiegare disoccupati e giovani  momentaneamente inoccupati nella rimozione delle macerie e nel successivo ripristino delle abitazioni e delle strutture produttive, impegnandosi nella compilazione di  liste comunali. Proposero inoltre la predisposizione “di un progetto di emergenza di riassetto idro-geologico-forestale” allo scopo di impiegare migliaia di lavoratori forestali.   Aprirono, infine, un tavolo ministeriale per favorire l’attivazione della Cassa integrazione guadagni per circa 23.000 lavoratori sfollati.  Il centro Unitario Patronati si mise al servizio delle popolazioni terremotate, offrendo loro aiuto per la corretta compilazione e presentazione delle domande necessarie per ottenere le provvidenze. Si organizzarono unità mobili su pulmini in grado di raggiungere anche centri abitati più piccoli.

“Ma la partita più grande delle istituzioni nazionali e locali e delle parti sociali – dichiara il leader della Cgil – era la ricostruzione post sisma. La sfida post terremoto è stata uscire dall’emergenza e avviare la fase della ricostruzione, ma farlo con un chiaro programma di sviluppo e di crescita che rendesse la ricostruzione una reale occasione per affrontare definitivamente il ricorrente tema delle aree interne, da sempre parte più debole del tessuto produttivo e sociale lucano, superare gli squilibri tra queste e le fasce costiere, favoriti anche dalla scelta dei poli di sviluppo perseguita  dalle politiche straordinarie per il Mezzogiorno, e promuovere finalmente un processo di riassetto territoriale. È però ormai storia nota come la ricostruzione si è tradotta nella più grande occasione sprecata dei territori coinvolti. Il sindacato non poté fare altro che denunciare tutto ciò, come dimostrano oggi manifesti, comunicati stampa e documenti conservati nel nostro archivio.

Oggi, ricostruendo attraverso le testimonianze documentali le vicende di quarant’anni fa – conclude Summa –  la domanda che ci poniamo al cospetto di questa difficile sfida sanitaria e sociale è se sapremo vincere la complessa partita che si profila davanti a noi.  Ora come allora alla fase di denuncia dei ritardi e delle inefficienze del sistema sanitario regionale nella gestione dei tamponi, dei tracciamenti e della riorganizzazione della rete territoriale ed ospedaliera per reggere l’urto dell’epidemia,  alle necessarie risposte da mettere in campo per arginare la perdita di posti di lavoro e attivare adeguate misure di sostegno per quanti lo perderanno, dovrà seguire una fase di ricostruzione delle strutture economiche, ma soprattutto del tessuto sociale duramente messo alla prova. Sarà questa la vera sfida e non potremo mancarla”.

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