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L’opportunità e la responsabilità di vivere: Charlie un esempio per tutti

“La storia del piccolo Charlie, affetto da una rara malattia e condannato a morire da una sentenza della Corte Suprema britannica, solleva molteplici domande e rafforza profonde consapevolezze. I temi richiamati da questa sofferta e drammatica vicenda, che coinvolge una famiglia che lotta quotidianamente, al fine di salvaguardare la vita del figlio ammalato, chiamano in causa complesse argomentazioni e tesi relative all’etica, alla comprensione della natura della collettività quale comunità o società, al diritto ed alla legge naturale, ai valori ed alle analisi sociologiche e filosofiche che li caratterizzano e che ci consentono di classificarli.

Difficile sarebbe argomentare tutte le suddette tematiche in un solo contributo, ma è doveroso trasferire  la posizione di chi crede che anche per vivere ci voglia coraggio.

E’ opportuno ricordare che l’etica, nella sua natura filosofica, occupandosi di comportamenti umani e morali sia, purtroppo, spesso dissociata dalla politica e dal diritto,  fortunatamente non ancora in maniera così netta in Italia, vivendo la dicotomia contemporanea tra quanto si ritenga giusto e quanto sia giuridicamente permesso o politicamente adeguato.

La coraggiosa scelta di un’eccellenza ospedaliera pediatrica italiana, quella del Bambino Gesù, di comprendere quanto sia indispensabile che il rapporto tra i medici ed i pazienti non si risolva nella mancata ricerca di ogni strada possibile per dare seguito al miracolo di una vita e che non contempli, a cuor leggero, d’interrompere il corso della nutrizione e dell’idratazione di un bambino, ci lascia ben sperare.

La consapevolezza che sia l’Italia che gli Stati Uniti si siano offerti di ospitare la famiglia e tenere in vita il piccolo Charlie è la testimonianza concreta che esiste ancora chi si sente parte di una comunità che condivide un comune sentire più che testimoniare la presenza di un gruppo che si sente esclusivamente parte di una società basata unicamente su impianti istituzionali e regolamenti burocratici che, in Inghilterra, decretano un omicidio scandendo il tempo che separa la famiglia dal momento nel quale al piccolo figlio Charlie verrà tolta la vita. La fortuna è che dietro ogni ente ed ogni istituzione vi sono uomini, con le loro speranze, con il loro lavoro e non meno importante con le loro convinzioni relative all’ultimo punto di cui accennavo sopra: la natura della coscienza, la guida interiore che dirige, con consapevolezza e responsabilità, l’operare umano.

E’ questa la legge naturale, quanto sta all’origine dei criteri che determinano ciò che è giusto e quanto non lo è e successivamente l’orientamento del proprio agire in base a tali principi. Mi sia consentito riprendere San Tommaso. Il principio pratico di fare del bene ed evitare il male è un principio universale e noto a tutti. San Tommaso parlava della presenza di tre fondamentali inclinazioni: conservare la propria esistenza, la propria specie e conoscere la verità vivendo in società.

Occorre, pertanto, non limitarsi a prendere atto dell’esistenza di una legge naturale, ma approfondirne la conoscenza. Essa è conforme agli uomini ed intrinseca alla loro natura e c’impegna alla responsabilità di non lasciare che la speranza ed ogni minimo mutamento delle condizioni del bambino, diventino numeri o frazioni di questi, irrilevanti rispetto alla scelta tra la vita e la morte. Il fine di una sentenza, figlia di ogni legge, è il bene comune, considerato rispetto alle esigenze dei più e mai discapito di uno o di una classe.

Parliamo di un giudizio della ragione, figlio di una legislazione, mediante il quale si riconosce la qualità morale di un atto concreto che si compie. Questo presupposto è imprescindibile dalle valutazioni di sorta ed innegabile è la presenza di un rapporto intimo tra la coscienza e la legge naturale. Anche Giovanni Paolo II, nella Veritatis splendor, dice che il giudizio della coscienza è quello che applica ad una situazione concreta la convinzione morale che si debba amare e che mentre la legge naturale mette in luce le esigenze oggettive e universali del bene morale, la coscienza è l’applicazione della legge al caso particolare, la quale diventa per l’uomo un interiore dettame, una chiamata a compiere il bene.

Alla luce di questo la coscienza ci permette di assumere la responsabilità degli atti che compiamo e di indirizzare la politica e la giurisprudenza alle fonti della moralità, cioè a quei diritti di coscienza moralmente qualificabili e per fare questo diventa imprescindibile partire dalle circostanze, e noi conosciamo la storia di Charlie, nato sano e poi ammalatosi, dall’intenzione, relativa al desiderio dei genitori che nessuna strada possa mai essere negata alla speranza di lasciare in vita il figlio ed a quello che comunemente si chiama oggetto, che nel nostro caso è la preziosa e meravigliosa vita di un bambino che lotta ogni giorno per combattere il deperimento mitocondriale, che già rappresenta un miracolo visto  che in presenza di queste malattie si resiste solo poche settimane.

Quello che temo è il senso di sconfitta ed il relativo agire rispetto a dati che già si rivelano eccezionalmente positivi nella loro drammaticità, è la presenza d’indirizzi e responsabilità “parziali e non condivise” rispetto all’approccio a problematiche tanto complesse.

Credo che la prudenza, quale virtù morale, non possa limitarsi al singolo caso, ma esiga la conoscenza di principi universali e questo vale soprattutto per la politica e la giurisprudenza. Come Platone ed Aristotele insegnano spetta alla prudenza dei politici deliberare, comandare, giudicare rettamente i mezzi che servono per raggiungere il Bene Comune. Tutto quello che fino ad ora ci ha consentito di vivere, che ci ha portato a migliorare la nostra salute, a cercare cure e trovare soluzioni, va ricercato nella presenza di uomini che, con le loro coscienze ed i propri principi, hanno riconosciuto alla vita un valore che supera ogni prevedibile e razionale approccio pragmatico, brandendo il coraggio e la perseveranza, armati di volontà e speranza, hanno respinto la morte a furia di vivere, così come sta facendo il piccolo Charlie: un esempio ed una luce in un mondo nel quale, con troppa leggerezza, a confortare le difficoltà ed i disagi, è troppo spesso l’oscurità”.

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